Recensione: Belle Dormant

BELLE DORMANT – BELLA ADDORMENTATA (BELLE DORMANT, Francia-Spagna, 2016) di Adolfo Arrieta, con Niels Schneider, Agathe Bonitzer, Mathieu Amalric, Tatiana Verstraeten, Andy Gillet, Ingrid Caven. Commedia fantastico. ****

Siamo nel 2000 e l’erede al trono del regno di Litonia ha la testa tra le nuvole e non pare essere molto interessato al potere temporale. C’è lo zampino del suo istitutore, che, anziché seguire gli ordini del pragmatico re, gli ha raccontato la storia del reame di Kentz, caduto cent’anni prima in un sonno che solo baciando la principessa, punta dal fuso di un arcolaio, può essere interrotto. All’insaputa del padre, che non crede nelle favole e non vuole perdere il territorio annesso nel corso del secolo, il principe si avventura nella giungla per spezzare l’incantesimo.

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Ma certo, è La bella addormentata, nella versione di un regista che riannoda i fili del tempo perduto, guardando ad un cinema fieramente retrò lontano dalle voghe tecnologiche della nuova, nostalgica, astuta renaissance disneyana (detto diversamente: no, Maleficient non c’entra niente, per fortuna). Formalmente, non è sacrilego tirare in ballo un classico come La bella e la bestia di Jean Cocteau, con i trucchi artigianali e il décor evocativo a dare fiducia ad un mondo dove il realismo è un altro modo per rappresentare l’immaginazione.

Restandovi fedele, Ado Arrieta ripensa la conosciutissima fiaba adattandola ad una contemporaneità volutamente anacronistica (quei cellulari non c’erano nel 2000…), utile soprattutto a configurare la differenza tra le due epoche, sottolineando l’incapacità del presente di accettare la possibilità della magia anche di fronte alla sua evidenza. Ad acquistare un insolito spazio, infatti, è la fata che donò alla nascitura principessa la via di salvezza al maleficio della fata cattiva (peraltro quest’ultima resta – vivaddio! – una pura villain che prova gusto ad esserlo).

Nel momento fatale, la fata appare nel regno di Litonia sottoforma di funzionaria dell’Unesco, presentandosi al principe durante un ballo scatenato: è uno dei momenti più belli del film, perché illude che possa esserci una storia d’amore negata dacché si conosce lo svolgimento della trama, ma in grado di trasmettere la lampante alchimia sessuale tra i due corpi, come se fossero impegnati nella coreografia di un corteggiamento incredibile.

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Anche per questo, Belle Dormant è un grande film d’amore sull’amore che non ha bisogno di parole: non si svela niente dicendo che il predestinato incontro finale non è pressoché corredato di dialoghi sostanziali. A parlare è la principessa, come un’adolescente innamorata dell’idea dell’amore, mentre il principe la contempla come se ella stessa fosse l’incarnazione del sentimento.

Ma, in poco più di ottanta minuti, il settantacinquenne Arrieta coglie l’occasione per andare anche oltre la contingenza amorosa, ricordandosi la capacità delle fiabe di poter essere compendi di altre osservazioni ed altri riverberi: così il film diventa una riflessione sullo straniamento del “turista della storia”, un racconto educativo sul privilegio di credere al fato (e alle fate), una fuga artistica verso un mondo dove il palesamento dell’effetto speciale è un atto rivoluzionario.

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