Recensione: La ruota delle meraviglie

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE (WONDER WHEEL, U.S.A., 2017) di Woody Allen, con Kate Winslet, Jim Belushi, Justin Timberlake, Juno Temple, Max Casella, Tony Sirico, Jack Gore. Mélo. ****

Come i fuochi che il piccolo Richie appicca quando non va al cinema ad affollare la sua solitudine, La ruota delle meraviglie procede per incandescenze improvvise. Rapidamente, le braci s’infiammano tagliando i corpi con luci inattese. Ma quasi sempre si tratta dei bagliori del luna park sul quale si affaccia il piccolo appartamento dove Ginny, attrice fallita ora cameriera, abita col secondo marito e il figlio di primo letto.

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È già uno svelamento teorico: per raccontare i sentimenti e i pensieri dei personaggi, si ricorre alle luci artificiali di un mondo – quello di Coney Island – colto nel suo crepuscolo. Per definire i calori e gli umori di uno dei suoi film più uggiosi e vespertini, Woody Allen ammicca ai mélo di Douglas Sirk, citando esplicitamente in apertura la fiumana festiva de Lo specchio della vita e richiamando alle ampie finestre che in Secondo amore sottolineavano il distacco fra l’ambiente domestico e l’esterno ostile.

In questo caso – come la Jane Wyman “processata” dai figli per l’amore scandaloso con Rock Hudson – l’ostilità è dentro e fuori casa nei confronti di Ginny, un personaggio in linea con l’alienazione di Blue Jasmine, che deve più di qualcosa agli strazi sudisti di Tennessee Williams e alle psicologie inquiete del citato Eugene O’Neil: un tram che s’addice a Elettra, parafrasando i desideri e i lutti di questi due maestri del teatro. Con feroce empatia, Allen la isola in un universo fatto di nevrosi e repressioni, affidando a Vittorio Storaro il potere di evocare i non detti della sua logorroica isteria.

Cineasta di forte temperamento, Storaro ha trovato in Allen una personalità capace di assecondare con intelligenza la sua fiammeggiante veemenza. La traboccante tavolozza di cromatismi mai inamovibili, come le luci intermittenti del luna park e le giornate instabili di fine stagione, serve ad Allen per affrescare il trionfo dell’artificio: non solo la caduca allucinazione delle giostre ma anche la plateale dimensione teatrale dell’appartamento, il finto giardino cinese, la sala cinematografica, il bar dove Ginny sostiene di «interpretare il ruolo della cameriera», perfino i fuochi che, malgrado gli allarmi, non incendiano mai i luoghi del misfatto.

Nell’attesa del crimine: in questo senso, La ruota delle meraviglie gira davvero attorno all’anatomia di un delitto, meno grave di quello temuto ma più deplorevole sul piano umano. Allen è giunto ad un pessimismo irrimediabile, delegando la narrazione e il suo motivo propulsore ad uno sconfitto, un aspirante artista che si mantiene come bagnino e per tutto il film si presenta sorridente, seducente, romantico eroe di un’impossibile storia d’amore.

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Un’altra grande illusione, negata da una parte finale in cui tutti i quattro personaggi – che formano infiniti triangoli dentro il dramma della gelosia – si scontrano con il dissesto esistenziale: se il mondo non corrisponde alle speranze della gioventù, tanto vale affondare con esso. Il terminale primo piano della magnifica Kate Winslet, che occupa il quadro da sola dopo l’uscita dello straordinario Jim Belushi, è una delle immagini più potenti e devastanti del recente cinema (americano). A suo modo, un film perfino inimmaginabile, dirompente perché cresce oltre la sua ipnotica visione.

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