Cinema non al cinema: il meglio fuori sala del 2017

Il cinema, lo sappiamo, è ovunque. Tutto è cinema, oppure niente. Comunque, si fanno sempre più film e sempre più film non escono in sala. Non è il caso di capirne ora il motivo. In attesa della top ten dell’anno (sì, la faccio anch’io, ci sguazzo in queste cose), qui trovate alcune segnalazioni di film che sono usciti in streaming, televisione, dvd.

[Tutti i film sono usciti ufficialmente in Italia nel 2017, rintracciabili legalmente e disponibili al pubblico doppiati o sottotitolati. Non ho preso in considerazione i film visti ai festival o gli streaming illegali di film usciti all’estero.]

 

14. HOLDING THE MAN (Australia, 2015) di Neil Armfield, con Ryan Corr, Craig Scott, Kerry Fox, Anthony La Paglia, Guy Pearce, Geoffrey Rush.  Drammatico. *** (Netflix)

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Da un’autobiografia che ha già ispirato un testo teatrale. Lunga storia d’amore tra un giocatore di rugby e un aspirante attore: dagli anni settanta all’inizio dei novanta, discese ardite e risalite di una coppia coraggiosa che sovverte le regole ipocrite della società con grazia e naturalezza.

Mélo d’amore e morte, memorialistica intima che viaggia grazie alla potenza del ricordo: un po’ convenzionale nel ritratto delle famiglie, ma portatore di una sincerità davvero empatica nel raccontare l’ostilità circostante, coinvolgente quando non rinuncia alla sensualità per testimoniare la chimica dei due ottimi protagonisti. Commozione assicurata e messa in conto dal principio: gli eroi son tutti giovani e belli, anche quando esprimono un’istintiva quotidianità.

 

13. THE LADY IN THE VAN (G.B., 2016) di Nicholas Hytner, con Maggie Smith, Alan Jennings, Jim Broadbent, Frances de la Tour. Biografico commedia. *** (SKY Cinema)

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Lo scrittore Alan Bennett abita in un rispettabile quartiere londinese infestato dalla presenza di un’anziana e scortese clochard che vive in un furgoncino e si alimenta di cipolle. Allontanata dal vicinato, trova ospitalità nel cortile dell’uomo.

Una storia vera quanto bizzarra che ha ottenuto un buon successo all’estero ed è inspiegabilmente finita in tv senza un passaggio in sala (sulla carta abbastanza “sicuro” per gli standard nostrani). Divertente, gentile, classico film da tè pomeridiano ma niente di memorabile, così ovviamente inglese, ma come esimersi dal celebrare l’one woman show della meravigliosa Smith: lei è il film ed ogni cosa ruota attorno alla sua presenza disturbante, misteriosa, carismatica.

 

12. I TEMPI FELICI VERRANNO PRESTO (Italia-Francia, 2016) di Alessandro Comodin, con Sabrina Seyvecou, Erikas Sizonovas, Luca Bernardi. Sperimentale. *** (RAI)

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Raiplay non è il primo servizio streaming a cui si pensa, eppure è pieno di cose e soprattutto gratuito. In mezzo a centinaia di programmi (studiate bene questo archivio, troverete meravigliosi pezzi di televisione retrò), attenti alla sezione dedicata ai film: tra gemme del passato e opere più recenti, si staglia il secondo lavoro di Comodin, presentato a Cannes nel 2016 e mai distribuito in sala.

Fuori Orario lo ha trasmesso con un certo coraggio in seconda serata: è un film strano, difficile, enigmatico, ambientato in un tempo indefinito, dalla trama ermetica e riassumibile in due righe (due ragazzi vivono nel bosco, trovano un fucile, muoiono; gli abitanti della comunità parla di un lupo; una ragazza incontra uno dei due ragazzi che è forse il lupo). Eppure è sempre necessario scontrarsi con film che scardinano la narrazione per pensare qualcosa di diverso, anche a costo di non risultare immediatamente limpido.

 

11. CERTAIN WOMEN (U.S.A., 2016) di Kelly Reichardt, con Laura Dern, Kristen Stewart, Michelle Williams, Lily Gladstone. Drammatico. *** (DVD)

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Sullo sfondo rurale di un Montana un po’ mesto, contempliamo le tre storie di quattro donne: un avvocato alle prese col sessismo nel lavoro; una madre di famiglia che ha perso la motivazione; una studentessa di legge che insegna in una scuola serale e il rapporto ambiguo che instaura con la proprietaria di un ranch.

Cinema naturalmente femminile, quasi il corrispettivo delle raccolte di racconti della miglior tradizione letteraria americana: storie che portano in dote la potenza silenziosa dell’autenticità, messe in scena con una semplicità fenomenologica in grado di suggerire la complessità emotiva di un mondo sommerso ed introverso. Prove d’attrici ovviamente di gran livello, con note a Stewart, sempre impegnata ad ampliare lo spettro del suo incasellamento, e l’inedita ruvidità di Gladstone.

 

10. SWISS ARMY MAN – UN AMICO MULTIUSO (SWISS ARMY MAN, U.S.A., 2016) di Dan Kwan e Daniel Scheinert, con Paul Dano, Daniel Radcliffe, Mary Elizabeth Winstead. Grottesco fantastico. *** (DVD)

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Sperduto nella natura selvaggia di un’isola misteriosa, Hank trova in riva al mare il cadavere di un ragazzo che, poco dopo, rivela di non essere del tutto morto emettendo flatulenze. La vita qualunque sia vale la pena di essere vissuta, anche al di là della vita stessa(?).

Sempre sul filo dell’assurdo, a metà tra l’immensa idiozia e il colpo di genio, un’opera prima che usa tutti gli stilemi, i codici, i vezzi del cinema indie per avventurarsi in una grottesca, disperata, commovente operazione terapeutica che, come ogni vera autoanalisi, lascia sul campo morti e feriti, vincitori e vinti. Un devastante racconto di formazione, un trip lisergico, una scoreggia esistenziale.

 

9. IL GIOCO DI GERALD (GERALD’S GAME, U.S.A., 2017) di Mike Flanagan, con Carla Gugino, Bruce Greenwood, Cael Struycken, Henry Tomas. Thriller. *** (Netflix)

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Una coppia parte per il weekend alla volta di una casa molto isolata. Per un gioco erotico, il marito lega la moglie al letto con delle manette e, all’improvviso, ha un fatale attacco di cuore. Ammanettata e senza possibilità d’aiuto, la moglie entra in un incubo dove un immaginario dialogo col suo doppio immaginario e il marito ancora vivo fanno emergere le rimozioni di un passato doloroso.

Nell’anno di IT, il miglior adattamento da Stephen King dai tempi di Misery non deve morire (una meraviglia di quasi trent’anni fa…), col quale condivide l’atmosfera minacciosa data dall’isolamento e il tentativo di uscire da un immobilismo forzato. Thriller psicologico morboso ed inquietante, palpitante e angosciato, che sfrutta al meglio gli spazi e le suggestioni della forte componente teatrale.

 

8. WIENER-DOG (U.S.A., 2016) di Todd Solondz, con Danny De Vito, Ellen Burstyn, Greta Gerwig, Kieran Culkin. Commedia. *** ½ (DVD)

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Una bassottina unisce le storie di un bambino sopravvissuto al cancro, una ragazza che ritrova il primo amore non corrisposto, un professore di sceneggiatura in crisi e un’anziana signora malata. Una raccolta di racconti, episodi di ordinario disagio esistenziale lungo le quattro stagioni della vita, con il cane svela le fragilità e i tormenti di personaggi isolati.

Una commedia profondamente seria quanto disincantata, dove l’umorismo è centellinato nel dettaglio insolito di piccole tragedie private. Solitudini che Solondz vuole lenire con la sensibilità degli incendiari, dedicando alle sue anime spazi per agire oltre le possibilità, benché stretti nei venti minuti rispettivamente loro dedicati in una narrazione collettiva ed umanista.

 

7. CHE DIO CI PERDONI (QUE DIOS NOS PERDONE, Spagna, 2016) di Rodrgio Sorogoyen, con Antonio De la Torre, Roberto Álamo, Javier Pereira, Luis Zahera. Giallo. *** ½ (DVD; SKY Cinema)

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Estate 2011. Mentre Madrid si prepara a ricevere il papa, tra le contestazioni di una nazione sul baratro economico, due poliziotti indagano su un serial killer che uccide e stupra donne anziane. Incaricati di risolvere il caso senza creare troppo scompiglio, vengono ostacolati e declassati dai vertici.

Una magistrale caccia all’uomo fondata sul legame tra il tessuto urbano di una metropoli afosa ed affollata e le solitudini di due uomini antitetici ma entrambi marginali rispetto ad un sistema ipocrita e corrotto (l’uno vigoroso padre di famiglia, l’altro introverso balbuziente). Un crime metropolitano che proietta nella situazione particolare il malessere di una comunità improvvisamente costretta a fare i conti con rimozioni, ellissi, angosce, tormenti.

 

6. MUDBOUND (U.S.A., 2017) di Dee Rees, con Carey Mulligan, Jason Clarke, Jason Mitchell, Mary C. Blidge, Garrett Hedlund. Drammatico. *** ½ (Netflix)

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Da Fiori nel fango di Hillary Jordan. Alla fine degli anni trenta, una famiglia di città si trasferisce nel delta del Mississippi. Nello stesso, paludoso terreno abita una famiglia nera, che inizia a lavorare per i nuovi arrivati. Scoppia la guerra. Nell’anno dell’ondata black, assieme al dirompente Get Out, è il film più compatto, solido, perfino classico del filone.

Pur sfiorando l’effetto polpettone quasi congenito a questo tipo di narrazione, è lo spaccato di un’epoca attraverso i microcosmi domestici nei quali sono proiettate le grandi tensioni nazionali. L’occhio di Rees guarda al presente del rigurgito razzista concentrandosi sulle facce della violenza (lo spregevole patriarca, il Ku Ku Klan, lo status quo ipocrita di Clarke), trovando una cura nella solidarietà (lo sguardo di Mulligan in auto fuori casa di Blidge, le ferite dei reduci Mitchell e Hedlund).

 

5. PELLE (PIELES, Spagna, 2017) di Eduardo Casanova, con Ana Polvorosa, Candela Peña, Macarena Gómez, Carmen Machi, Jon Kartajarena. Grottesco. *** ½ (Netflix).

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Catalogo di deformità: freaks contemporanei, isolati da una società (dello spettacolo) che li sfrutta o ne abusa per assecondare i propri istinti meno dichiarabili, le cui storie si incrociano come in un Magnolia del cattivo gusto.

Dura solo settantasette minuti il fulminante esordio di Casanova (un illuminato compagno della splendida classe 1991), tinteggiato con le cinquanta sfumature che emergono tra il rosa e il lilla, ed è un melodramma grottesco e dark sull’accettazione della propria diversità estetica quindi etica. E per essere apprezzato, capito, pensato va appunto accettato dapprincipio con tutta la sua sfilata di bizzarrie al di là del bene e del male. Turba, diverte, commuove: non dirò che parla di noi perché non è vero, ma parla di noi.

 

4. ENEMY (Canada-Spagna, 2013) di Denis Villeneuve, con Jake Gyllenhaal, Mélanie Laurent, Sarah Godon, Isabella Rossellini. Drammatico. *** ½ (DVD; SKY Cinema)

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Da L’uomo duplicato di José Saramago. Un giovane docente di Storia trova un suo doppio tra le comparse di un film. Ossessionato dalla somiglianza, lo cerca, lo trova, si perde. Nell’anno in cui in Italia sono usciti Arrival e l’evento Blade Runner 2049, riemergono su Sky Cinema due film che Denis Villeneuve ha girato in patria (l’altro è il raggelante Polytechnique: ***).

Qui la breve durata e l’origine letteraria gli offrono la possibilità di sviluppare un cupo ed angosciante incubo che mette in discussione il nostro saper vedere ciò che è trasparente dunque incomprensibile. Ed è interessante la potente, fertile, claustrofobica dialettica che l’autore instaura con gli spazi dei suoi racconti, in questo caso la metallica ed inospitale Toronto. Infine, una vertigine kafkiana.

 

3. BERNIE (U.S.A., 2011) di Richard Linklater, con Jack Black, Shirley MacLaine, Matthew McConaughey. Biografico commedia drammatico. **** (DVD; SKY Cinema)

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È la storia vera di un assistente delle pompe funebri, stimato quanto solo, che sposa una ricca vedova ossessiva e poco amata dalla cittadina. Esausto, la uccide in un momento di lucida follia e la nasconde nel congelatore, usando i suoi soldi per opere di bene.

Suggestionato dalla perversa acidità di un episodio che lo coinvolge direttamente (ospitò Bernie durante la scarcerazione provvisoria), Richard Linklater torna nel natio Texas e mette di fronte alla macchina da presa i veri abitanti della comunità, con interviste che si alternano ai frammenti della fiction (un fantastico terzetto di attori). Ne viene fuori un affresco inquietante, stratificato, nero capace di trasmettere l’autenticità di un sentimento indicibile.

 

2. THE MEYEROWITZ STORIES (THE MEYEROWITZ STORIES (NEW AND SELECTED), U.S.A., 2017) di Noah Baumbach, con Adam Sandler, Ben Stiller, Dustin Hoffman, Elizabeth Marvel, Emma Thompson. Commedia. **** (Netflix)

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Harold è uno scultore narcisista e tormentato che ha avuto tre figli abbastanza frustrati da altrettanti matrimoni. In occasione della retrospettiva a lui dedicata, la famiglia si riunisce facendo detonare tutte le contraddizioni dei loro affetti. Storia di passaggi esistenziali, chiacchiere impossibili, dubbiosi sensi di colpa, incomunicabilità diffuse, teorema sull’ereditarietà.

Ma anche: storie di generazioni sullo stato della generazione dell’autore, qui giunto ad una maturità e una consapevolezza già annunciate dal precedente Giovani si diventa. E dunque saga familiare, strutturata in capitoli di ricchezza romanzesca, con l’umore e le nevrosi della migliore commedia ebraica. Attori eccelsi, ma Hoffman è struggente.

 

1. LE DONNE DELLA MIA VITA (20th CENTURY WOMAN, U.S.A., 2016) di Mike Mills, con Annette Bening, Greta Gerwig, Elle Fanning, Lucas Jade Zunamann. Commedia. **** (Infinity)

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In una grande e colorata casa, la risoluta Dorothea cresce da sola l’adolescente Jamie. Preoccupata che il figlio possa non diventare una brava persona, si fa aiutare da una giovane fotografa che abita da loro e dalla vicina di casa, amata dal ragazzo.

Dopo il memorabile Beginners, Mills continua il suo discorso sul coming of age: in questo film pervaso dal tempo che scorre dolce ed inesorabile, sa trasmetterne il senso e l’autenticità attraverso la storia degli spazi, delle cose, degli oggetti. Dal particolare di una famiglia alternativa al generale di una nazione al crocevia del suo disincanto, un’ode alla crescita, all’educazione sentimentale e alla ricerca della felicità dove si piange fuori scena. Con un cast perfetto, dominato da una Bening indimenticabile.

 

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