Recensione: Vi presento Christopher Robin

VI PRESENTO CHRISTOPHER ROBIN (GOODBYE CHRISTOPHER ROBIN, G.B., 2017) di Simon Curtis, con Domhnall Gleeson, Margot Robbie, Will Tilston, Kelly Macdonald, Alex Lawther, Phoebe Waller-Bridge, Stephen Campbell Moore. Biografico drammatico. * ½

Al terzo film per il cinema, l’inglese Simon Curtis insiste col genere biografico, che in realtà genere non è. Piuttosto un filone con uno statuto che ha determinate regole, sia nel caso riguardi un personaggio universalmente conosciuto sia quando entra nelle pieghe di una storia rimossa o dimenticata. Il breve percorso di Curtis è, in questo senso, emblematico: con Marylin ripensava un’icona immortale attraverso un piccolo love affair sul set, inserendosi nel solco di quella tendenza atta a isolare un certo episodio per dare l’idea di una vita; Woman in Gold, invece, affrontava la vicenda di una donna che, dopo la guerra, battagliò con l’Austria per recuperare un quadro trafugato dai nazisti.

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Senza tema di smentita, si tratta chiaramente di due “movie for seniors”. Potremmo chiamarli anche, meno brutalmente, “film da pomeriggio”, ma certo parliamo di prodotti rivolti ad un pubblico maturo, più leggermente passatista che consapevolmente nostalgico, disposto a farsi accompagnare in una narrazione piana dai colori tenui ed oleografici, dove anche il male è rassicurante e le famiglie infelici non somigliano a nessun’altra.

In più, Vi presento Christopher Robin scandaglia una storia puramente anglosassone. Al centro, infatti, c’è A. A. Milne, lo scrittore che inventò Winnie the Pooh che, come ci dicono i titoli di coda, è stato recentemente eletto come il più amato libro per l’infanzia. Dato indiscutibile ma che inevitabilmente denota il nostro distacco da una comunità di lettori ed amatori che, dopo i dolori della guerra, si appassionò alle avventure di un ragazzino e degli animali del Bosco dei Cento Acri.

Milne (che in famiglia chiamano Blue), uomo rigido e traumatizzato dall’esperienza bellica nella Prima Guerra Mondiale, elaborò le storie assieme al figlioletto Christopher Robin (il cui pseudonimo privato è Billy Moon). Sottolineando queste doppie identità, il film intende subito battere la strada della dicotomia tra vita e romanzo, in cui la prima alimenta la seconda fino a rimanervi cannibalizzata, corrodendo i rapporti personali fino ad un quasi-epilogo tra il transfert e lo strazio prontamente corretto.

Al di là dell’empatia con cui Curtis riesce ad intercettare la sofferenza di Christopher Robin/Billy Moon nel vedersi privato di un gioco personale destinato a diventare qualcosa di collettivo dove la sua personalità è al servizio del personaggio, il film non sa mai emanciparsi da un approccio didascalico ed illustrativo, in cui le fasi del racconto sembrano accogliere sempre un comando allo spettatore (qui commuoviti – qui arrabbiati – qui tormentati – qui sorridi).

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E se in fondo non lascia nulla oltre la visione è perché vuole dire troppe cose: la latitanza affettiva di una madre che Margot Robbie interpreta senza pathos, malservita da un copione che la rende una acidella da favoletta; il tradimento paterno, con l’unico vero afflato rappresentato dalla scena della telefonata alla radio dove emerge con nettezza il lato disperatamente glaciale di Domhnall Gleeson; il rapporto con la governante Kelly Macdonald, più necessario per completezza che ben incastrato dalla mediocre sceneggiatura in cui è l’unica figura illuminata; la solitudine del bambino smarrito che diventa un ragazzo alla ricerca di se stesso. Film inerme, innocuo, vagamente trascurabile.

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