Recensione: Tutti i soldi del mondo

TUTTI I SOLDI DEL MONDO (ALL THE MONEY IN THE WORLD, U.S.A.-G.B., 2017) di Ridley Scott, con Michelle Willimas, Christopher Plummer, Mark Wahlberg, Charlie Plummer, Romain Duris, Timothy Hutton, Marco Leonardi, Stacy Martin, Andrew Buchan. Biografico drammatico. ** ½

Alla fine il 2017 è stato (anche) l’anno di Ridley Scott, prima con i revival di Alien (come regista) e Blade Runner (come produttore) e poi con Tutti i soldi del mondo, sulla carta l’ultimo tentativo di misurare la sua pressoché infallibile sensibilità commerciale al desiderio di veder riconosciuto il proprio talento con qualche premio, magari la statuetta più ambita. Lo sappiamo: un normale film si è trasformato, in seguito al noto affaire Kevin Spacey, in un’impresa titanica, paradossalmente la miglior occasione per Scott di dimostrare cosa sia il genio di mascettiana memoria (fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione).

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Dovendo salvare un prodotto a forte rischio boicottaggio o fallimento, l’esperto regista ha osato l’inosabile, con un’operazione che in molti hanno ritenuto abbastanza discutibile – e che, alla luce del profilo emerso dalla condotta privata di Spacey, poteva essere addirittura controproducente: chi meglio di lui nei panni del detestabile Jean Paul Getty, uomo più ricco e stronzo del mondo? – ma rivelatasi infine davvero ingegnosa.

Nell’arco di due settimane, Scott ha rigirato completamente le sequenze di Spacey, affidando la parte al quasi novantenne Christopher Plummer, di trent’anni maggiore del sostituito quindi non bisognoso del pesantissimo trucco. Naturalmente solo il tempo ci permetterà di vedere la prima versione del film, e sarà interessante vedere le differenze tra le due recitazioni. Ma, ora come ora, possiamo dire che Plummer è la cosa più spettacolare di Tutti i soldi del mondo.

Chiamato in corsa, il consumato attore sembra essere nato per il ruolo: un po’ più anziano dell’originale, ne conserva lo sguardo cinico e il sorriso sinistro, fa sentire il peso del tempo sul suo corpo debilitato, e soprattutto ti fa credere sempre, in ogni momento, di essere davvero spregevole, trasmettendo continuamente l’assenza di qualunque empatia che non sia con un interesse personale (l’accumulo di denaro, il sogno di essere il capo di una dinastia, il dominio sugli altri).

Quando è in scena, nella grande villa-museo-mausoleo inglese o nelle ovattate stanze del (suo) potere, il film trova davvero una ragione d’esistere, e pur negli spazi narrativi di un comunque dominante non protagonista s’impossessa della storia diventandone egli stesso il motore. L’idea che l’attrattiva di Scott sia principalmente rivolta a lui si fa fortissima quando, nella parte finale, il montaggio alternato intreccia l’ultimo atto del sequestro in Italia con la febbricitante notte inquieta di Getty come se i due eventi siano contemporanei. Peccato che tra i due fatti trascorrano tre anni.

No, non siamo tra coloro che pretendono da un film fedeltà e rigore storiografico se poi la libera interpretazione della realtà funziona sul grande schermo. Questo caso in particolare rivela, oltre all’attenzione verso Getty senior, la capacità di Scott di ripensare, attraverso il sincopato montaggio di Claire Simpson, la storia secondo le regole dello spettacolo – che lui conosce molto bene – nell’ambito di un prodotto che ha il supremo compito di intrattenere, coinvolgere, avvincere, appassionare il pubblico.

Lo fa costruendo con sapiente empatia il personaggio della madre, il cui straniamento da americana a Roma è fondamentale, come lo è la feroce dialettica col suocero. E Michelle Williams è molto brava nel modulare la fragilità della madre in ansia con il lampo creativo della nuora in trattativa, ponendosi come cardine di un film che è anche una grande messinscena sugli archetipi della tragedia familiare, non a caso particolarmente efficace nei cupi e ricchi interni.

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Il problema principale di Tutti i soldi – non nascondiamocelo – è che forse noi italiani non siamo gli spettatori ideali. La ricostruzione della Roma dei primi anni settanta, con gli anacronismi dei manifesti contemporanei e i cliché più usurati di una dolce vita che non era più tale da almeno un decennio, non è solo incredibile ma anche disorientante, con lo sconcertante zenit dell’assurdo incontro nel covo delle Brigate rosse.

Allo stesso modo, non si crede un attimo a tutto il filone calabrese, non si crede a Romain Duris improbabile rapitore originario del luogo (ma ad onor del vero nemmeno a Nicolas Vaporidis…), non si capiscono bene gli snodi narrativi del sequestro, non regge bene il ruolo di Mark Wahlberg come spicciafaccende un po’ spia della CIA e un po’ factotum pronto a tutto, perfino a dare ordini ai carabinieri. Sono superficialità che magari funzionano presso un pubblico straniero, ma ai nostri occhi sono imperdonabili.

Queste caratteristiche svelano i limiti, le contraddizioni e le falle di un film schizofrenico, in cui la parte più crime non ha l’attendibilità necessaria per essere accettata in toto per ciò che vorrebbe essere, condizionando con i suoi contraccolpi tutto ciò che riesce a stare in piedi ed intrigare quando ad occupare lo schermo sono i rivali Plummer e Williams (splendido il minuto finale).

ED ORA FATECI VEDERE IL FILM CON KEVIN.

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