Recensione: Coco

COCO (U.S.A., 2017) di Lee Unkrich, Adrian Molina. Animazione avventura fantastico musicale. *****

Qualche anno fa, mentre progettava il suo nuovo lavoro, la Disney provò a registrare il marchio Dia de Muertos, molto realisticamente per renderlo il titolo del film. L’episodio scatenò una sollevazione tale che l’azienda fece marcia indietro. Alla fine l’hanno chiamato Coco, come il nome dell’anziana bisnonna del protagonista, un dodicenne che ama tanto la musica quanto la odia la sua grande famiglia da almeno quattro generazioni, poiché la mamma di Coco fu abbandonata dal marito musicista.

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Il “Dia de Muertos” è un’antica celebrazione messicana durante la quale le persone in vita ricordano i congiunti scomparsi allestendo santuari alla loro memoria. Affrontando una tradizione così radicata in una cultura comunque periferica rispetto all’immenso bacino del suo pubblico, la Pixar compie un’operazione molto importante nel discorso sulla morte già centrale, trasversalmente o meno, in film come Wall-E (l’apocalisse), Up (la vedovanza), Inside Out (la scomparsa dell’infanzia). In Coco, l’antico rito permette alla storia di coinvolgere addirittura dei morti.

Benché ci si abitui subito alla loro naturale presenza, i parenti scomparsi sono scheletri: per quanto ingentiliti e antropomorfizzati né più né meno come gli animali tipicamente disneyani, e nonostante gli scricchioli delle ossa moventi, sono dei morti. Sono essenzialmente assenze che vivono post-esistenze oltre il corpo. Così nel mondo dei vivi, dove i corpi sono stati sostituiti dalle foto, dai simulacri, dai ricordi. Lo stesso Ernesto de la Cruz è un personaggio di grande disperazione: malgrado rivendichi una prestanza fisica con abiti pomposi ed atteggiamenti machisti, anche il suo corpo non esiste più, è un ricordo di ciò che è stato e non potrà mai più essere, se non nel ricordo di chi lo commemora.

Infatti, quando cominciano ad essere dimenticati dai vivi, questi scheletri – che pur conservano l’anima di quando erano terreni – svelano l’inganno della loro non-esistenza e, letteralmente, si dissolvono: è un passaggio naturale, ci informa Hector, ma è difficile trattenere le lacrime di fronte alla scomparsa di un personaggio del tutto secondario, un anziano sull’amaca, il cui destino è forse propedeutico alla comprensione di ciò che accadrà.

La centralità della morte aiuta a capire quanto Coco sia un racconto di formazione totale, che nel titolo non convoca la protagonista della storia ma il suo baricentro emotivo e narrativo, sottolineando quanto sia lei a determinare la parabola formativa, sospesa tra i due mondi, che vede protagonista il bisnipote (e allude altresì al matriarcato sentimentale e sociale della famiglia messicana, di cui quella di Miguel è emblema).

Grazie alla sua consueta abilità, la Pixar ha individuato nel “Dia de Muertos”, un’usanza lontana dalla sua prospettiva occidentale, il cuore di un discorso universale che, sotto il glorioso trionfo di colori, intende insegnare al suo spettatore ideale la necessità di riconciliarsi con chi non c’è più per poter preservare il suo ricordo di generazione in generazione.

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Ecco che l’azienda conferma come non mai la sua missione educativa, esplorando territori vergini – anche solo geograficamente ed iconograficamente: per molti piccoli spettatori e non solo è un’introduzione al Messico – per proseguire sulla strada meno battuta del coming of age (il concetto di “trasmissione del dono” in Toy Story 3, la scoperta delle emozioni in Inside Out, il ritorno a casa di Alla ricerca di Dory) ripensando un repertorio a cui deve più di un’evocazione (gli spiriti de La città incantata di Hayao Miyazaki, gli scheletri umanizzati cari a Tim Burton, la fantasia spettrale di Guillermo del Toro…).

In più, recupera la dimensione musicale che ha fatto la fortuna della Dinsey Renaissance degli anni novanta, proponendo il catalogo musicale forse più iconico della sua recente produzione: è anche merito di Michael Giacchino se il film emoziona come poche altre cose oggi, dalla contagiosa allegria di Che loco che mi sento! al magnifico duetto sul palco de La Llorana, e soprattutto Ricordami, resa ancora più struggente da immagini di straordinaria potenza. Un capolavoro: l’ennesimo.

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