Recensione: La linea verticale

LA LINEA VERTICALE (Italia, 2018) di Mattia Torre, con Valerio Mastandrea, Greta Scarano, Paolo Calabresi, Giorgio Tirabassi, Babak Karimi, Antonio Catania, Ninni Bruschetta, Alvia Reale, Gianfelice Imparato, Massimo Wertmuller, Barbara Ronchi, Raffaella Lebboroni, Cristina Pellegrini, Federico Pacifici, Elia Shilton. Commedia drammatica. *** ½

In fondo cos’era Boris? Un ufo che si permetteva di far deflagrare la fiction molto italiana, usando gli strumenti – e persino le facce – della televisione generalista. Dopotutto è anche una questione di formato: i venticinque minuti circa di ogni episodio, che rappresentano una consuetudine radicata nella cultura televisiva americana, sono invece poco praticati dalle nostre parti. Quel tipo di durata – da noi utilizzata soprattutto dalle sit come di Canale Cinque da Casa Vianello in giù – impone un ritmo legato a sua volta ad una scrittura fortissima, una regia non semplicemente illustrativa, una coinvolgente adesione al racconto.

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Tutti elementi che trionfano ne La linea verticale, uno dei progetti più importanti della nuova Rai, non a caso pensato e diretto da Mattia Torre, già autore proprio di Boris e dell’ormai lontana Buttafuori, quest’ultima parimenti interpretata da Valerio Mastandrea. Qui, lungo le otto puntate dalla durata compresa tra i ventidue e i trenta minuti l’una, l’attore romano è straordinario per sottrazione ed umanità nella parte di Luigi, che, prossimo a diventare padre per la seconda volta (la moglie è l’ottima Greta Scarano), scopre di avere un tumore ai reni.

Ricoverato immediatamente nel reparto di urologia oncologica (dalla scenografia non troppo dissimile da quelle de Gli occhi del cuore o Medical Dimension…), entra in un microcosmo che non nasconde di rispecchiare a suo modo la stratificazione e la complessità della società contemporanea. Dentro una struttura narrativa simile ad un diario intimo dove collimano pensieri, osservazioni, fantasie, tormenti, dolori (e cronologie), Luigi impara le “regole non scritte” dell’ospedale attraverso il racconto corale di un quotidiano che lo mette continuamente alla prova.

La linea verticale risponde alla recente esigenza della tv pubblica di incontrare un pubblico nuovo e rinnovato, per di più proponendolo prima sulla sua piattaforma on demand e solo in un secondo momento su Raitre (come già accaduto con la seconda stagione di Non uccidere). Intuisce nella questione del formato la chiave per emanciparsi dalle lunghe durate della prima serata generalista, raccogliendo nell’arco di poco meno di quattro ore un’idea di narrazione puramente televisiva per forme e contenuti.

Infatti, l’intuizione suprema è quella di prendere un tipico mondo da fiction Rai (l’ospedale) e raccontarlo in un modo completamente inconsueto, con un’ironia quasi del tutto latitante nella serialità italiana (a parte il caso isolato del demenziale Maccio Capatonda o la toscanità de I delitti del Bar Lume) e un impasto dramedy che solo negli ultimi tempi è riuscito ad incanalarsi nelle suggestioni emotive di alcuni serial come Tutto può succedere. Torre ha il merito di affrontare la malattia in tutti i suoi aspetti angoscianti con lo sguardo di chi non rinuncia ad osservare il mondo con la lente dell’umorismo.

In questo senso, risultano particolarmente felici le invenzioni dell’illuminato primario Zampagna, figura fantasmatica e calorosa, o gli inserti dove i personaggi sono seduti in uno spazio bianco senza confini, come in un limbo tra la vita verticale (la reazione, il coraggio, la forza) e la non-vita orizzontale (l’abbattimento, la remissività, la paura), in parallelo con la sospensione tra realtà ed onirico che caratterizzano gli eventi tra le corsie (i tipi di pazienti dipendenti dai medici) o nelle stanze (l’allucinazione di Zampagna, la responsabile del vitto).

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Da Boris, Torre eredita almeno quattro attori: e se il prete Paolo Calabresi e Giorgio Tirabassi paziente petulante trovano le corde perfette per adattarsi splendidamente all’allegra e commovente malinconia di fondo, Ninni Bruschetta e Antonio Catania come medici poco premurosi dimostrano ancora una volta di essere i più disinvolti e duttili – forse i migliori – caratteristi su piazza.

Al contempo, sono meravigliosi Alvia Reale, signora del teatro ronconiano qui caposala fissata con Grande amore de Il Volo, e l’iraniano Babak Karimi, pressoché inediti sui nostri schermi. La linea verticale è probabilmente il miglior caso recente di eccellente valorizzazione attoriale (menzioni anche a Gianfelice Imparato, Massimo Wertmuller, Cristina Pellegrino, il cammeo di Luisa De Santis…).

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