A distanza ravvicinata | James Foley (1986)

Mentre il mondo era focalizzato a scandagliare le candidature ai Premi Oscar, qualcuno prestava un po’ di attenzione ai contraltari impertinenti dei massimi riconoscimenti cinematografici. Ovvero i Razzie Awards, che da quasi quarant’anni incoronano i peggiori della stagione. Tra i registi di quest’annata c’è anche James Foley, nominato per Cinquanta sfumature di nero. La domanda non è tanto come sia finito a dirigerlo; piuttosto, è come sia stato possibile un così scellerato sperpero.

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Sì, perché Foley, emerso alla metà degli anni ottanta, per qualche momento illuse di essere un regista capace di cose più grandi della vita. Magari no, non lo era – sicuramente no. E pur tuttavia, all’opera seconda, su sceneggiatura di Nicholas Kazan, figlio di Elia, già autore dello script di Frances (altro grande film malato sulla deriva dei rapporti genitori-figli), diresse A distanza ravvicinata. Che, oltre a sembrare un film di Elia Kazan, è un capolavoro (a volte queste due affermazioni sono equivalenti).

Puro romanzo americano, è la storia di Brad, che, in una pigra cittadina della Pennsylvania, vive con la madre, la nonna e il fratello, esce con gli amici, s’innamora di una dolce ragazza ed è cresciuto col fantasma del padre. Si chiama come lui, è biondo come lui, e in questa linea dinastica c’è la predestinazione ad un nuovo incontro al crocevia del coming of age. Infatti, Brad Sr. si ripalesa, all’improvviso: è un criminale e cerca nel figlio l’erede che possa seguire le sue tracce e un utile idiota da sfruttare con cinismo.

Mitografia di un padre cristallizzato nella sua immagine amplificata dall’assenza; e catabasi di un figlio che tale è stato solo grazie alle figure femminili, due madri disincantate che conoscono l’amarezza di una vita misurata sui concetti di privazione ed abbandono. Un romanzo di (de)formazione che, attraverso un’agghiacciante educazione al crimine, fa esplodere la tragedia di un discorso amoroso perverso ed angosciante.

Con Brad Sr., aristocratico della malavita nella forma, che legge nella rabbia giovane del figlio la possibilità di trasmigrare un ego esaltato da una vita al massimo, abusando della sua totale fiducia fino al più spregevole dei soprusi; e Brad Jr., rampollo del proletariato nell’essenza, che non vuole vedere nel padre l’evidenza di una minaccia in grado di creargli attorno un baratro nel quale cadere. E attorno a loro gli spazi sconfinati di una nazione che sembra soffocare i propri turbamenti per sudare al sole di un cupo melodramma.

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Anni ottanta all’ennesima potenza, con il demone dell’individualismo, i trattori del family drama rurale, il filone amoroso teen a confermare una rinnovata tendenza del decennio molto rebel without a cause ma anche espressione di un amore senza definizione, e un tessuto sonoro dove capitola nel finale la voce di Madonna, il cui compagno di allora era proprio Sean Penn. Tanto giovane quanto già abile (e forse mai più puro e grezzo come in questa fase), l’affascinante ragazzo regge però lo strascico al potentissimo Christopher Walken: quintessenza dell’ambiguità, seducente e perverso, elegante e torbido, danzante ed inquietante, è semplicemente indimenticabile.

A DISTANZA RAVVICINATA (AT CLOSE RANGE, U.S.A., 1986) di James Foley, con Sean Penn, Christopher Walken, Mary Stuart Materson, Chris Penn, Millie Perkins, Eileen Ryan, David Strathairn, Crispin Glober, Kiefer Sutherland. Noir. *****

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