Recensione: The Post

THE POST (U.S.A., 2017) di Steven Spielberg, con Meryl Streep, Tom Hanks, Sarah Paulson, Bob Odenkirk, Tracy Letts, Bradley Whitford, Bruce Greenwood, Matthew Rhys, Alison Brie, Michael Stuhlbarg. Biografico drammatico. ****

È a letto, Katharine Graham (è Meryl Streep, al di là di ogni elogio), sotto le coperte ma sommersa di carte da studiare. Dopo la morte del marito (si è suicidato, ma tutti parlano ipocritamente di un incidente) è diventata l’editore del Washington Post, un giornale locale, letto soprattutto da politici, che si sta per quotare in borsa. Istruita da un fedele collaboratore, la conosciamo mentre studia per un ruolo a cui credeva di non essere destinata. A dire il vero nessuno del consiglio d’amministrazione la ritiene adatta all’incarico. È una donna, insomma: sa organizzare delle belle feste, ma un giornale è un’altra cosa. È una cosa da maschi.

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Tra le tante storie contenute in quella principale, The Post racconta la presa di coscienza di una signora dell’upper class, amica di presidenti, una dama dell’aristocrazia borghese che capisce di poter essere un esempio. Il cuore del percorso sta in due momenti. Il primo è l’incontro con Robert McNamara, ex segretario alla Difesa, committente dei Pentagon Papers, un rapporto di 7000 pagine sulla guerra del Vietnam. The Post racconta la scoperta di questi documenti da parte della redazione del giornale, che cominciò a pubblicarli tre giorni del New York Times, primo quotidiano a dare lo scoop.

Katharine si presenta a casa McNamara in abbigliamento informale (attenzione ai costumi), lui l’accoglie con affetto, capiamo che c’è una certa confidenza. Nonostante siano amici molto intimi, lei non riesce ad accettare il suo comportamento. Se sapeva che la guerra era perduta da decenni, come ha permesso che i ragazzi partissero per quell’inferno? In questo momento, Katharine riesce a presentarsi sia come un’editrice non ossequiosa, che ha chiaro il senso del fare informazione, sia come la madre di un soldato, che ha chiaro il dovere di essere informata.

L’altro momento è in un ristorante. È a pranzo con Abe Rosenthal, suo omologo al NYT. Quando il commensale riceve la funesta notizia del blocco imposto dalla Corte Federale, grazie ad uno sguardo impercettibile, falsamente perso nel vuoto, mentre sorseggia vino, cogliamo in lei il brivido di chi – come diceva il marito – sta scrivendo “le bozze della Storia”. E in una frazione di secondo si ritrova al telefono col suo direttore: è diventata, a suo modo, una fonte, forte del suo ruolo di insider che sta vedendo per la prima volta i limiti visibili del suo mondo di potenti.

The Post è l’epopea di una grande presa di coscienza che avviene su tutti i livelli possibili. È ciò che accade anche a Ben Bradlee, il direttore (è Tom Hanks, immenso): lo vediamo, durante una riunione di redazione, che sbatte violentemente un giornale sul tavolo, chiedendo ai suoi giornalisti gli strumenti per poter essere utile alla causa dell’informazione. Ci esaltiamo quando percepiamo la sua esaltazione di fronte alla notizia. E poi lo scopriamo a casa, sul divano, mentre fissa la foto con i coniugi Kennedy: non ero un amico, ero il direttore del giornale, ammetterà in seguito.

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The Post, quindi, è anche l’apoteosi dell’inverno del nostro scontento, malgrado accada tutto in un luglio davvero bigio. Ma sono gli anni di Nixon, che scorgiamo da una vetrata, nell’incipit e nel finale, al telefono, con il linguaggio sporco di chi pensa male: come rappresentare quel periodo se non con l’umidità di colori vespertini, di luci cupe che aspettano la risoluzione finale per lasciar filtrare uno spicchio di sole in gloria della libertà di stampa, dell’autodeterminazione, della resistenza a quella presidenza.

E tutto ciò avviene dentro la redazione di un giornale. The Post afferma – anzi: impone – la centralità della parola, del mestiere sul campo, della carta rivelatrice. Non a caso Bradlee coglie al volo la possibilità di essere un direttore attivo, tornare ad essere cronista: trasforma la casa nel suo fortino, si immerge nella carta, combatte al telefono con la retorica più spettacolare (che piani sequenza, che incredibile gestione degli spazi!). Ed è francamente indimenticabile il tremore della scrivania di Ben Bagdikian (che ha trovato la fonte: è il fantastico Bob Odenkirk) mentre giù si attiva la rotativa e lui batte a macchina il nuovo articolo.

Ormai è chiaro: Steven Spielberg è un produttore di memoria storica. Solo lui sa imprimere tensione, creare l’attesa, appassionare malgrado l’esito già noto con una materia così gravosa senza mai accarezzare la noia. Solo lui sa mettersi da parte in nome di un’inconfondibile trasparenza che è ormai la cifra dei suoi lavori migliori: come non sottolineare la magistrale esecuzione della telefonata di Odenkirk, il cui mezzo volto si riflette nello specchio del telefono a gettoni, un omaggio all’umanità di un giornalista che si fa emblema di una categoria?

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Come non celebrare quel magnifico incrocio di telefonate la sera prima dello scoop? Ed è chiaro che Spielberg abbia voluto fare un film davvero militante: annunciata dal frammento quasi onirico della redazione del WP tutta intenta a leggere lo scoop del NYT, è una celebrazione dell’evidente necessità del giornalismo al servizio dei governati e non dei governatori.

Certo non immune alla nostalgia resa plastica dalle immense macchine rotative, certo idealizzata attraverso discorsi che abdicano all’io per decantare il noi, e certo con un occhio rivolto all’attuale inquilino della Casa Bianca che classifica “fake news” tutto ciò che non legge a suo favore (senza dimenticare che Meryl è «one of the most over-rated actresses in Hollywood»: cit.). Finisce dove inizia Tutti gli uomini del presidente: una corrispondenza amorosa, una scelta di campo, un cinema doverosamente unitario.

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