Recensione: La forma dell’acqua – The Shape of Water

LA FORMA DELL’ACQUA – THE SHAPE OF WATER (U.S.A., 2017) di Guillermo del Toro, con Sally Hawkins, Doug Jones, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer, Michael Stuhlbarg. Fantastico mélo. *** ½

Dove finiva Il mostro della laguna nera, ecco che nasce La forma dell’acqua. O meglio: oltre la visione del corpo apparentemente esanime della creatura, lo sguardo di uno spettatore che ha immaginato una storia alternativa che superasse, negasse, riscattasse l’epilogo ufficiale. Suggestione? Forse. Ma anche no, perché il debito è dichiarato ed è solo la punta di un’iceberg citazionista che si autoalimenta di altre mille visioni.

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Sta facendo molto discutere la polemica sull’originalità del film. Lo sappiamo: ci sarebbe un corto olandese di qualche anno fa pieno di somiglianze. Plagio? Entrambi l’hanno negato. Se anche fosse, dove sarebbe il problema? In fondo, cos’è il film di Guillermo del Toro se non un buffet di madeleine infantili, un caleidoscopio di emozioni filtrate attraverso gli schermi (e le sontuose sale vuote, e gli uggiosi tinelli riempiti dalle gioie trasmesse dai televisori), un collage che ritaglia pezzi di immaginario collettivo americano per costruire un tempio in gloria del passato?

Con quell’aspetto mezzo pesce e mezzo uomo, la stessa creatura può essere un plagio del cult movie di Jack Arnold. Ma la chiave per capire questo spericolato rapporto con la memoria iconografica e culturale del passato sta forse nella parentesi onirica di questo fantasy già di per sé assurdo. È uno squarcio di sogno che vira verso il bianco e nero della Hollywood classica, in cui la protagonista si lancia in una danza con la creatura ricalcando i passi di Ginger e Fred. È un momento che svela la nostalgia di chi ha vissuto solo i contraccolpi di un’epoca, restando sulla superficie dell’immagine senza ripensarla davvero.

Perciò la guerra fredda è messa in scena come se fosse un fumetto, coi personaggi fortemente caratterizzati: l’occhialuto dottore sovietico cita Lenin per dichiarare il suo diniego di seguire la linea (l’esimio Michael Stuhlbarg), mentre il militare americano con dita putrefatte è dotato di temibile manganello elettrico e Cadillac color carta da zucchero (Michael Shannon perfetto come sempre). Sono le proiezioni di un bambino, le due parti in guerra lette attraverso la lente di chi guarda il mondo senza il dovere della complessità: insomma, andare nello spazio è bello, ma perché sfruttare cani o creature.

La forma dell’acqua si presenta, dunque, come una favola. Dentro la realtà (che fu). Ce lo dicono le scenografie consumate, i cromatismi emozionali, la fiducia nello schema di Propp. È la storia di un incontro: quello tra una donna delle pulizie che non può parlare (violenza infantile, si deduce: eccellente Sally Hawkins) e una creatura che non sa comunicare con coloro che l’hanno catturato (Doug Jones, già fauno). Due emarginati che instaurano un dialogo. E s’innamorano.

Come? Cosa importa. Basta un uovo, che misura il tempo del desiderio. «Siamo tutti soli» sentenzia l’amico pittore, altro emarginato perché omosessuale, inoccupato a causa di un vecchio problema con l’alcol. Ed è sola anche la premurosa collega di lei, afroamericana che nel nome nasconde la tragedia biblica (strepitosi Richard Jenkins e Octavia Spencer, caratteristi infallibili).

Al cinema sotto casa proiettano La storia di Ruth, la spettacolarizzazione della bibbia ad uso e consumo americano. Facile che a del Toro interessi, così teso alla dialettica tra la memoria e la sua revisione. Curioso che lo abbini a Martedì grasso, commedia carnevalesca. Cosa capisce, in fondo, la protagonista? Che la creatura è un costume. Quando racconta il rapporto sessuale all’amica, questa sottolinea divertita che non ci si può fidare di chi non lo fa vedere. La creatura è un uomo. È come noi. Ma non è un dio che risolve i problemi? Anche, perché no. Essa è chi vogliamo ella sia.

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Ora, chiaro che La forma dell’acqua sin dal titolo palesi la sua essenza indecifrabile: d’altronde, ha una forma, l’acqua? No, ma gliela si può dare. Accoglierla in una stanza, per esempio: appendice dell’amore. O della fuga, del ritorno a casa: mentre fuori diluvia, la creatura sente il richiamo acquatico. Oppure renderla particella di un immaginario disegno sul vetro. All’acqua si contrappone il sangue: fin troppo rosso, netto, chiaro, definito quanto incolore se non indefinibile è il colore dell’acqua, una trasparenza mutevole.

Sensuale benché resti sul piano emotivo dell’erotismo (nonostante o compresa la masturbazione nella vasca piena d’acqua…), coinvolgente pur immaginando da subito lo svolgimento, cupa ma con una brillantezza che rifulge negli attimi di stupore sentimentale, è una fluttuante parabola melodrammatica dallo spirito disneyano sull’amore che muove e sconvolge il mondo. Addirittura trionfale in un finale potente e commovente, con la suggestiva voce di Jenkins che si rivolge ai bambini di ieri, oggi, domani. Il suo pubblico resta quello.

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