Recensione: Il filo nascosto

IL FILO NASCOSTO (PHANTOM THREAD, U.S.A., 2017) di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day Lewis, Vicky Kripes, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Brian Gleeson. Mélo. *****

Epica del dettaglio: essendo quelle di un sarto, abituate al meticoloso atto del cucire, le dita di Reynolds Woodcock sono martoriate, sotto lo spazio delle unghie, da una miriade di pellicine rialzate, piccole ferite, punture di aghi. Le mani del protagonista sono abituate a creare; la creazione è l’esito finale di sofferenza, tormento, palpitazione. Tutte pulsioni emotive che incanala in un perturbante rigore cerebrale, immolando alla perfezione dell’apparenza l’indispensabile motivo per continuare a vivere. Ogni giorno.

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La sorella, Cyril, ci tiene molto alla sua routine: come se Reynolds fosse una macchina costruita da se stesso medesimo per non inciampare nell’imponderabile. Lui la chiama “mia dolce tale e quale” e sottolinea l’inscindibilità della relazione. Vestale onnipresente anche quando la sua presenza aleggia senza palesarsi (lo conferma quando appare, all’improvviso e senza preavviso, nella casina di campagna; o quando, dopo una dissolvenza, la scopriamo all’apice di una scalinata ad un galà) di un rapporto cementato sulla compiacenza materna, Cyril è il secondo lato che tende, assieme al fratello, verso quello della madre. Un triangolo inaccessibile a chi non si è liberato dal fantasma della morte.

L’ingresso in scena di Alma (facile: indica l’anima, la nutrice, colei che fa crescere) è in questo senso esemplare: Reynolds la conosce in un caffè, mentre lei incespica, ride, s’intimidisce. Terrena com’è, Alma è la vita. Esattamente l’opposto del filo nascosto che lega il sarto alla madre (e alla sorella). Qua e là lo si dimentica, ma la storia è raccontata dal punto di vista della ragazza, al tepore di un camino. Una narrazione personale, selettiva, parziale? Forse no, perché Alma, innamorata senza speranza, riesce a innescare un cambiamento tale da poter porsi davvero come un nuovo filo nascosto nella vita di Reynolds.

Per il sarto, Alma è essenzialmente “il corpo perfetto”, come fa notare Cyril, che nelle dinamiche lavorative (dunque umane) è colei che prende i numeri, tiene i contatti col mondo esterno, assiste il genio. E soprattutto liquida le ragazze che s’illudono di poter essere riamate dal fratello. Quando la ragazza scende la scalinata per fare una sorpresa all’amato, sembra irradiare una luce così spirituale da apparire quasi insostenibile per un uomo tanto egoista quanto fragile, la cui unica domanda, di fronte all’intollerabile sorpresa, è: «dov’è Cyril?».

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Quand’è che questa relazione riesce a declinarsi in qualcosa di avvicinabile all’amore? Quando lei capisce che l’unico modo per entrare davvero nella sua vita è instaurare un rapporto erotico con la materia di cui sono fatti i suoi sogni: i vestiti. Che vanno meritati, letteralmente; e, in caso contrario, tolti da corpi non all’altezza di cotanta bellezza. Il filo nascosto è una continua lotta tra un corpo che per dimostrare la propria insofferenza nasconde l’intimità del pigiama con il primo gilet disponibile e un altro che cerca di emanciparsi dall’idea altrui di essere essenzialmente un modello da plasmare.

Un trattato sulla manipolazione, in cui un nevrotico ossessionato da se stesso, dal proprio talento e dai propri fantasmi fa i conti con un’aspirante moglie che mastica rumorosamente ma lo cura al capezzale come la madre perduta. E, infatti, c’è una vera staffetta dentro la stanza, tra realtà ed incubo (la madre con l’abito da sposa creato dal figlio), e c’è uno scontro tra Alma e Cyril su chi abbia il diritto di esercitare quel potere sull’uomo della loro vita. E poi?

E poi Il filo nascosto diventa davvero qualcosa di ancora più impressionante. L’incredibile attenzione ad un’immagine depositaria anzitutto dell’oggettiva verità del lavoro come vita, tratteggiata con millimetrico splendore in tutto ciò che accade nella casa-atelier, si trasforma progressivamente in un diabolico, ipnotico, lisergico sogno in cui le immagini riferiscono sì un’idea di verità, ma nascondono sempre messaggi sotto le fodere degli abiti, lasciando agli occhi l’incarico di inseguire frammenti di verità in piccoli spioncini.

Dal viaggio di nozze sotto la neve, banco di prova del rapporto, si arriva all’indimenticabile (ed irriferibile) epilogo attraverso uno dei momenti più emozionanti dell’ultimo cinema americano, sotto i palloncini colorati che festeggiano il capodanno insieme e da soli al contempo. Sarebbe ingiusto andare oltre. Ora però si vuole sottolineare la definitiva, completa, clamorosa maturità raggiunta da un regista che con questo mélo fuori dall’ordinario ha finalmente trovato la quadra della sua titanica ambizione.

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Se negli altri lavori di Paul Thomas Anderson si possono trovare debolezze, astuzie, eccessi programmatici, scompensi, ecco, ne Il filo nascosto no. È semplicemente un film gigantesco. Con tre attori stratosferici: la sconosciuta dunque perfetta Vicky Krieps, Lesley Manville memorabile per travolgente sottrazione e il monumentale Daniel Day Lewis, al suo congedo dal grande schermo. Non c’è un direttore della fotografia accreditato: in mancanza degli abituali collaboratori, ha fatto squadra con altri operatori. E il risultato è di sconcertante bellezza. Come la colonna sonora di Jonny Greenwood. Come i costumi di Mark Bridges. Opera totale.

4 pensieri riguardo “Recensione: Il filo nascosto

  1. sono d’accordo con il tuo giudizio complessivo… “un film gigantesco”, “opera totale”…
    anch’io ho peraltro notato l’insistenza di PTA sul dettaglio delle mani martoriate dalle punture d’ago di D.D.Lewis… sono particolari su cui ormai il cinema contemporaneo è attentissimo…
    gran film e ottima recensione!

    Mi piace

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