Il processo di Verona | Carlo Lizzani (1962)

Risultati immagini per il processo di verona filmSe siamo concordi nel definire l’opera di Carlo Lizzani come un libro di storia contemporanea per immagini cinematografiche, Il processo di Verona è quasi sicuramente la più compiuta tra le sue ricostruzioni. Nel giudicare la rievocazione dell’atto finale del regime prima di Salò, Morandini l’associa saggiamente al dramma di corte per la sapiente scelta di raccontare la caduta del fascismo da un punto di vista familiare.

E l’obiettivo di Lizzani era proprio questo: mettere in scena i protagonisti pubblici dell’evento e non gli italiani antieroi del glorioso filone resistenziale dei primi anni sessanta. Su soggetto di Sergio Amidei e Luigi Somma,Ugo Pirro scrive la sceneggiatura fondata sulla disperata asciuttezza dei dialoghi, spesso faccia a faccia tra parenti. Il fulcro, infatti, è racchiuso dalle dinamiche private della famiglia Mussolini, che inevitabilmente si ripercuotono sull’affresco politico.

Le troviamo nella conflittualità di Edda, sospesa tra il suo essere la figlia di Benito Mussolini (il tradito) e la moglie di Galeazzo Ciano (il traditore); nella lite della donna con la madre Rachele, vestale cornuta di una pacchiana religione civile incapace di accettare l’epilogo del Ventennio; nella vacuità vanesia di Ciano, praticamente un “figlio degenere” che rivela tutti i limiti della sua ambizione. Ma a colpire è soprattutto la latitanza del corpo del Duce, che pesa come un’assenza, un convitato di pietra di cui tutti parlano perché è causa e fine di ogni cosa.

Prima di ridargli un volto, il cinema italiano avrebbe dovuto aspettare ancora un decennio, con Girolimoni, il mostro di Roma, Il delitto Matteotti e poi Mussolini, ultimo atto (questo ancora di Lizzani). In questo senso è emblematica la drammatica telefonata di Edda al padre, culmine spettacolare di una magistrale ed inquieta Silvana Mangano, in quella che è forse la sua prova migliore: parla con un fuggitivo, un disertore, un codardo, e lei lo sa.

Volutamente didascalico, rigoroso e preciso, realizzato con i codici del finto documentario quando si mettono in scena le trame dei gerarchi, è uno dei più importanti courtdrama italiani anche perché l’aspetto legal è annullato dalla Storia: se è vero che il nostro (attuale) sistema giudiziario non permette uno spettacolo all’americana, qui tutto è concesso dalla spettacolarizzazione della resa dei conti ad opera di criminali che non si rendono conto di essere dei buffoni.

I contributi degli attori sono fondamentali in un film fondato sulla parola, sullo scontro, sul rivangare il passato in assenza di futuro, con Frank Wolff (è Ciano), Salvo Randone ed Ivo Garrani ben intonati sui registri della tragedia. Ed è notevole quanto il compositore Mario Nascimbene si controlli parecchio anche nel pathos della fucilazione: e ciò può avvenire perché Lizzani ricostruisce le scene partendo dalle foto d’epoca, con la coscienza civile del reporter e senza la sfumatura della (anti)mitologia di regime, con l’approccio il più disciplinato possibile.

Da vedere in parallelo con Tutti a casa, Le quattro giornate di Napoli, Un giorno da leoni, La lunga notte del ’43 proprio per capire l’organicità e il respiro di una cinematografia che, dopo più di un decennio di oblio, si voltava per fare i conti con il passato più ignobile e doloroso. Significativi i dubbi dei fascisti quando devono dare le proprie generalità: Ciano se la cava con un vuoto “diplomatico”, mentre un altro dice immediatamente “fascista”. Forse il momento in cui si capisce davvero lo straniante distacco dalla realtà.

IL PROCESSO DI VERONA (Italia-Francia, 1962) di Carlo Lizzani, con Silvana Mangano, Frank Wolff, Vivi Gioi, Françoise Prévost, Salvo Randone, Giorgio De Lullo, Ivo Garrani, Andrea Checchi, Claudio Gora, Umberto D’Orsi, Filippo Scelzo. Storico drammatico. *** ½

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