Recensione: Lady Bird

LADY BIRD (U.S.A., 2017) di Greta Gerwig, con Saoirse Ronan, Laurie Metcalf, Tracy Letts, Lucas Hedges, Timothée Chalamet, Beanie Feldstein, Odeya Rush, Jordan Rodrigues, Lois Smith, Stephen McKinley Henderson. Commedia drammatica. ***

«Sei un tantino esibizionista», dice la comprensiva suora preside a Christine, «perché non provi col teatro?». Ma lei un’altra versione di se stessa – la migliore possibile? – se l’è già creata: si fa chiamare Lady Bird. E un po’ tutti l’accettano. Solo la madre, per rivendicare il proprio ruolo e consolidare un legame che sta mutando, la chiama col nome di battesimo. Il teatro è un MacGuffin, l’occasione per debuttare in una società fortemente segnata tra quelli che abitano da una parte e dall’altra della ferrovia.

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Allora, per ottenere ciò che crede di volere, inventa un’altra se stessa, che abita nelle belle case con la bandiera fuori e l’effige di Reagan, l’attore fattosi presidente. Puro coming of age, che si dipana lungo la traiettoria che va da un parcheggio all’altro, nel paese che ci vuole – come direbbe Pavese – non fosse che per il gusto di andarsene via. È l’ultimo anno di scuola e l’America cerca di superare il dolore dell’attentato («la cosa più eccitante del 2002 è il suo essere palindromo»). E Sacramento è troppo piccola per le grandi ambizioni di chi cerca un (diverso, nuovo) posto nel mondo: e se fosse proprio quello?

Alla fine del suo volo, Lady Bird si misura esattamente con questo rischio: che la ricerca dell’identità, così incessante ed empatica, sia un pretesto per girare attorno all’evidenza di imparare ad amare ciò che già si ha? Probabile, ma anche no. Perché, in fondo, ciò che funziona davvero nel debutto in solitaria di Greta Gerwig (il vero esordio risale al 2008, in tandem con Joe Swanberg) è la sua adesione alla fragile vulnerabilità di un essere umano in fieri, il cui percorso narrativo riesce ad essere emblematico – ai limiti del convenzionale – quanto indovinato.

Magari quell’epilogo è solo l’incipit di un nuovo volo; o magari no, è la scoperta del nido. È la coscienza di un nuovo sguardo, che l’eccellente Saoirse Ronan sa trasmettere con esattezza. Proprio il nido occupa una centralità nel discorso che trova sintesi nel concetto di “casa”. Se quella dove abita la protagonista la percepiamo opprimente ed accogliente, con le porte che devono restare aperte e i segreti nascosti sotto le tende o nei cassetti del bagno, quelle che, invece, immagina di abitare rivelano sempre qualcosa di ingannevole, fallace, inarrivabile.

E forse il discrimine tra dove non ho mai abitato e dove vorrei non abitare (ma in fondo…) sta nella presenza di un materno: il personaggio più completo, compatto, riuscito di Lady Bird è quello della mamma infermiera presso l’ospedale psichiatrico, amorevole e in parte inadeguata a trasmettere un amore facile, che vediamo spesso in ansia alla guida dell’auto o tesa per questioni economiche. È il personaggio più ver(itier)o e credibile, anche per merito della maestria di Laurie Metcalf, eccellente in almeno due occasioni (ai camerini del negozio e all’aeroporto).

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Detto ciò, Lady Bird ha tutti i pregi e tutti i difetti di quel filone Sundance con cui spesso etichettiamo i film del cinema indie americano. Non a caso produce Scott Rudin, già dietro ai lavori di Wes Anderson e Noah Baumbach. La questione è formale, se pensiamo ai colori caldi di una granulosa fotografia nostalgica a ai costumi che richiamano giustamente all’immaginario più stucchevole degli anni novanta. È, a suo modo, il punto (di non ritorno?) più completo di un genere, l’esplorazione della fine di una fase esistenziale speculare alla parte terminale del capolavoro Boyhood.

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