Recensione: Oltre la notte

OLTRE LA NOTTE (AUS DEM NICHTS, Germania, 2017) di Fatih Akin, con Diane Kruger, Denis Moschitto, Numan Acar, Samia Chancrin, Ulrich Tukur. Drammatico. *

È sempre utile partire dal titolo. La distribuzione italiana ha scelto Oltre la notte: l’unica ragione di una qualche fondatezza tocca forse il buio che avvolge l’orrendo attentato che provoca la morte del marito e del figlioletto della protagonista. Oppure è la notte dell’Europa – per parafrase un’antica e sempre attuale trasmissione italiana; e del continente la stessa protagonista sembra essere massima rappresentante: fragile e smarrita.

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Eppure, malgrado le luci naturali della parte finale, nella Grecia martoriata dunque culla di ignobili albe dorate, dalla notte non se ne esce. E non perché, come recita il titolo internazionale, siamo In The Fade, cioè dentro una sfumatura. Al contrario: qui di sfumato non c’è niente, tutto è tagliato con l’accetta per estorcerci la più facile empatia in nome dell’effetto maggiormente ricattatorio. Probabilmente il più sensato è il titolo originale: che vuol dire letteralmente dal nulla, anche se sarebbe più corretto ribattezzarlo nel nulla.

Un nulla in gloria dello sguardo squallido di Fatih Akin, che sceglie una storia di incandescente aderenza ad una realtà sommersa benché visibilissima (la riemersione della violenza stragista neonazista) senza avere gli strumenti per affrontarla. Tant’è che non si cura né di evitare gli schematismi del film didascalico né la tentazione di accompagnare la catabasi femminile esercitando una compiaciuta e morbosa pornografia del dolore.

Se l’intento era politico, lascerei stare. Alla fine – attenzione spoiler – resta solo la serpeggiante ambiguità che la soppressione e la giustizia privata siano le uniche armi contro il terrorismo. E di politico non c’è assolutamente nulla: solo pancia, un film-ricatto più che un film a tesi. Se invece l’obiettivo era umanista, offrendo il ritratto di una donna disperata e disposta a tutto pur di ottenere la vendetta, il risultato è altrettanto negativo.

Al di là di imperdonabili attimi che strizzano l’occhio ad un cinema dei generi di profondità evidentemente non alla portata di Akin (la sequenza nella vasca è francamente imbarazzante), non si riesce mai a seguire il doloroso percorso della protagonista. Diane Kruger ce la mette tutta, ed è pure brava: ma è il personaggio che interpreta a difettare di credibilità e linearità, inserita in un meccanismo che sì tocca le corde più sensibili e frangibili del suo smarrimento ma con la delicatezza di un macellaio quale Akin è.

Lo dimostra nei tremendi virtuosismi della parte centrale (il film è suddiviso in tre capitoli), tra inservibili ralenti, inquadrature vertiginose, goffe messe a fuoco. Al contempo, questa fase in tribunale è quella più interessante (ma è difficile sbagliare quando c’è già una liturgia così ben oliata come quella di un processo) perché svela – attenzione spoiler – l’ideologia di una narrazione che proprio qui matura quella sfiducia nei confronti delle istituzioni da parte delle vittime che altresì fonda quella dei carnefici.

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Se la tesi è che, tutto sommato, siamo facce della stessa rabbia, beh, insomma, anche no. L’unico momento in cui Oltre la notte potrebbe essere qualcosa di meno volgare è quando la protagonista incontra, fuori dal tribunale, il padre degli imputati. Al crocevia delle loro sofferenze, si rivelano inadeguati. Ovviamente Akin lascia cadere la suggestione nel nulla, lui sì davvero inadeguato a seguirne le emozioni in potenza. Mai sottile né profondo, non a caso premiato con il Golden Globe quale miglior film straniero: non solo esteticamente brutto, ma idealmente becero. Finale capovolto da denuncia.

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