Recensione: Ready Player One

READY PLAYER ONE (U.S.A., 2018) di Steven Spielberg, con Tye Sheridan, Olivia Cooke, Ben Mendelsohn, T. J. Miller, Simon Pegg, Mark Rylance, Lena Waithe. Fantascienza avventura. *** ½

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La sfida potrebbe essere quella di parlare di Ready Player One senza ostentare lo sterminato repertorio di citazioni che lo abita, lo postula, lo inonda (qualcuno ha fatto il lavoro per noi). A dispetto del fatto che sono proprio i riferimenti, gli omaggi, le allusioni a fondare l’immaginario del – per ora – ultimo frammento dell’inesauribile immaginario di un autore che più passa il tempo più celebra, rispetta, ripensa il passato filtrando l’esperienza personale della memoria attraverso lo sguardo di generazioni altre.

L’operazione qui è particolarmente spericolata: proiettata in un futuro neanche troppo remoto (2045), è l’avventura di adolescenti che oggi (2018) non sono ancora nati ma che sono cresciuti coi miti – a questo punto i classici – dei ragazzi degli anni Ottanta e Novanta. Ciò che forse non viene abbastanza sottolineato è il vuoto di eventi mediatiche e culturali che intercorre tra il nostro presente e il loro futuro, come se quel 2045 sia solo un’estrema distopia del tempo contemporaneo: l’unico vero evento è l’evoluzione (la trasfigurazione) videoludica della realtà.

Una questione di luoghi: tra Blade Runner 2049 e Downsizing – ma anche nei film più di genere e meno raffinati come Seven Sisters o MuteRPO tiene il punto nell’offrire da par suo un’altra ipotesi di mondo (ir)reale, uno spazio che tra la paranoia fantascientifica e l’angoscia del sovraffollamento fluttua verso la fuga virtuale dentro una gara di sopravvivenza, il coming of age personale di una comunità sospesa tra competizione ed alienazione.

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Una questione di corpi: più che semplici sdoppiamenti, gli avatar dei protagonisti sono le loro controfigure in quella dimensione altra che non è più parallela ma complementare alla realtà. La chiave – è il caso di dirlo – è forse James Hallyday, il creatore del gioco, che appare almeno in quattro diverse versioni evidenti di sé (bambino, giovane, anziano, avatar: Mark Rylance è il corpo più mutante, elastico, duttile dell’ultimo Spielberg) giusto per confermarci due o tre cose sull’irreversibilità del tempo che scorre, la concreta evanescenza della second life, i cuori che battono sotto le tute indossate per immaginarsi supereroi.

Ma le questioni potrebbero essere inesauribili: di suoni, di immagini, di memoria. In fondo di cosa stiamo parlando? Di esperienze della visione. Di cinema, insomma. Rosebud, il cinema all’ennesima potenza: la ricerca infinita di un elemento apparentemente secondario, l’easter egg nascosto nel peregrinare infinito in un percorso senza mai ambire alla vittoria, il cubo colorato che può riportarti indietro nel tempo e modificare gli errori come un trucco da illusionisti, un artifizio da visionari dello schermo.

E qui ci potrebbe stare una certa assonanza con Hugo Cabret, diretto da un altro ragazzo della Nwe Hollywood: e d’altronde siamo sempre lì, a ridare senso al patrimonio di un passato che non è mero accumulo di citazioni o un repertorio di oggetti di modernariato resi mitologici dalla potenza nobilitante del tempo, ma i contenuti di una memoria altrui che si trasmette nell’immaginario di coloro che li hanno consumati e vissuti di seconda, terza, quarta mano pur in autonomia rispetto alle latitanti (latenti) figure paterne.

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Siamo sempre lì – e meno male – a vedere quanto Spielberg sappia sempre rinsaldare lo sguardo di chi non ha mai dimenticato l’esercizio dello stupore, quegli occhi disposti alla meraviglia che hanno forgiato l’enciclopedia sentimentale dell’avventura come indispensabile occasione di crescita. Ready Player One è un fratello di L’impero del sole, Hook, A.I., Il regno del teschio di cristallo e War Horse, e non tanto perché sia parimenti complesso per densità, ardore, progresso, commozione o perché abbia al centro il percorso di un ragazzo che deve farsi uomo.

Lo è perché è un’operazione fantasmagorica dentro un universo (un immaginario) a suo modo preesistente (parliamo di un libro ma anche di un’epoca), una dichiarazione d’amore ai livelli di gioco e lettura di un’esperienza che ci coinvolge in prima persona, una parentesi fantastica che teme le derive (e)stranianti degli incanti tecnologici per accarezzare – per assurdo – il fascino ordinario della realtà. Ma dove lo fa? In una realtà che forse non è tale. Mezzo spoiler? No. Non abbiamo citato nessuna citazione. Cercatele, riconoscetele, abbandonatevi al piacere del gioco.

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