La rimpatriata | Damiano Damiani (1963)

Che la commedia all’italiana sia un universo profondamente legato alla Capitale, è fuor di dubbio; che abbia saputo esprimere la sua anima straziata e lo sguardo più acido fuori dal raccordo anulare, pure. Qualche esempio: Alberto Sordi ubriaco sul lungomare di Viareggio in Una vita difficile; il disperato on the road de Il sorpasso; le ipocrisie della ricca provincia veneta di Signore & signori; Amici miei e l’uggiosa Firenze delle zingarate per esorcizzare l’inesorabilità del tempo che passa.

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La disperazione, l’essere fanfaroni, le contraddizioni della borghesia, il bisogno di non restare soli; la paura della morte: tutte queste tracce occupano lo spazio de La rimpatriata, il quarto film di Damiano Damiani. Incastonata tra due deboli adattamenti letterari (L’isola di Arturo e La noia), è una storia tutta racchiusa nel titolo: due amici quasi quarantenni si ritrovano per caso in una serata milanese e decidono di rintracciare gli altri tre amici di un tempo.

Ed è proprio Milano, con la sua cupa e testoniana dimensione notturna, a definire l’atmosfera più triste che malinconica di una reunion forse evitabile. «Nessuno deve restare solo stanotte, domani è la fine del mondo», sentenzia il più guascone di loro: è Cesarino (ci sono anche Sandrino e Nino, diminutivi o vezzeggiativi che non vogliono dimenticare l’infanzia; ma c’è pure Alberto il professore, per ricordare che tutti prima o poi crescono), che tutti invidiano da sempre per la capacità di rimorchiare qualunque donna. Praticamente un’ipotesi di Walter Chiari, qui davvero strepitoso.

Ovviamente la sua è una falsa allegria: gestisce la sala cinematografica dello zio che non lo stima, telefona a vecchie fiamme che non l’hanno mai dimenticato e piangono per lui, mantiene due relazioni parimenti infelici, procura donne agli amici meno dongiovanni, promette sogni di seconda mano a chi prova ad amarlo per ciò che è («Apre un bar a Sesto… è una sistemazione, è l’avvenire»), implora un remake impossibile («Quando c’è stato qualcosa tra due persone, quella cosa sarà per sempre»).

Al cinema danno Hiroshima mon amour. Ed è impossibile non pensare a quanto quel film sia decisivo nel determinare l’umore di una storia fondata sul tempo che sfugge e sul dolore del diventare vecchi, benché non domani: «facciamo il processo, tanto siamo tutti in vena di autolesionismo», dice uno di loro, leggendo con estrema lucidità la fine del miracolo (economico), lo svelamento delle doppiezze, la messa a nudo di presunti spacconi che si rivelano codardi, inetti, falliti.

La rimpatriata è il racconto di cinque vampiri «troppo giovani per trovare alibi» e che si aggirano in una notte troppo lunga per essere tollerabile all’alba, in cui accanto ad una buona dose di alcolici c’è una certa disinvoltura nel chiedere sesso a procaci minorenni (ma lo stesso Cesarino caccia giustamente dal cinema un pedofilo seriale) e ci si rinsalda in nome del bullismo di classe al cospetto di un energumeno la cui unica colpa è non aver studiato.

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Un viaggio al termine della notte che rappresenta un crocevia fondamentale in quel sottofilone del cinema italiano che gira attorno alle malinconie delle comitive incapaci di relazionarsi con il tempo: dilata l’inquietudine de I vitelloni spostandone più in là l’orizzonte anagrafico; fa da negativo invernale e notturno alle struggenti accidie marittime di Leoni al sole; annuncia qualche sapore amarognolo de Le stagioni del nostro amore; anticipa in contesto metropolitano le catabasi provinciali de La prima notte di quiete e Amici miei; fornisce lo schema di base del corale sconforto di Compagni di scuola; dice con lucido disincanto tutto ciò che Marrakech Express lascia immaginare.

Prodotto anche dalla 22 settembre di Ermanno Olmi, tra i film dell’eclettico Damiani è – se non il migliore – forse il più spietato e spregiudicato, un esempio di estrema modernità che oggi pare impossibile. Pieno di momenti memorabili per cinismo ed asprezza: la conversazione con l’anziano ladro; le risate sprezzanti contro l’amico sfigato (il regista Mino Guerrini); il penoso incontro finale con la Larona, l’amica dimenticata che parla del chirurgo macellaio e fa da contraltare all’angelicata presenza della biondina. Sergio Endrigo canta La rosa bianca: perfetto.

LA RIMPATRIATA (Italia-Francia, 1963) di Damiano Damiani, con Walter Chiari, Francisco Rabal, Riccardo Garrone, Domenique Bosquero, Mino Guerrini, Leticia Roman, Jacqueline Pierreux, Paul Guers, Gastone Moschin. Commedia drammatica. ****

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