Recensione: American Honey

AMERICAN HONEY (U.S.A., 2016) di Andrea Arnold, con Sasha Lane, Shia LaBeouf, McCaul Lombardi, Arielle Holmes, Crystal Ice, Veronica Ezell, Chad Cox, Garry Howell. Drammatico. *** ½

disponibile su Netflix

Oltre il white trash. Sì, certo, qui c’è una comunità multietnica che sopravvive nonostante le illusioni del sogno americano. Ma soprattutto quei bianchi dimenticati dalla società e dalla “narrazione ufficiale”. Storie di riscatti impossibili o addirittura nemmeno ipotizzati per deformazione sociale, ipoteche su amori a fondo perduto e giornate spese a mettere su qualche soldo con lavori da grande depressione.

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La crisi c’è, ma è come se non fosse mai finita per questa fetta di popolazione. E per questa generazione, diventata grande durante il crollo delle certezze rappresentate dal capitale ma cresciuta nel mito di una vita orgogliosamente scellerata lungo le strade del mito. Come si fa a conciliare il desiderio di vivere on the road, magari non easy ma almeno senza le preoccupazioni borghesi, con la sfiducia verso una nazione diffidente e dedita all’oblio dei problemi?

Facile raccontarlo oggi, dopo che ci si è accorti del malessere di quella gente riconosciutasi in Trump, nella paura del diverso alimentata dalla paranoia e dall’individualismo. Non è colpa di Andrea Arnold se American Honey arriva solo ora in Italia, peraltro grazie a Netflix, mentre al cinema Un sogno chiamato Florida e Tonya riflettono pur diversamente sullo stesso tema: la disanima degli sconfitti che pur sapendo di essere tali provano a ribaltare il tavolo.

Come ci prova Star, la protagonista di questo lungo, coinvolto, appassionato viaggio della speranza? Emancipandosi dalle brutture di una periferia della periferia, accorciando i tempi di un’adolescenza negata dalle esigenze di un corpo acerbo dunque desiderato da troppi, scegliendo l’imprevisto nella forma di un pulmino abitato da una dozzina di emarginati (un po’ punkabbestia) raccolti attorno al business degli abbonamenti di giornali porta a porta.

E scoprendo in Jack (Shia LeBouf mai così giusto), il ragazzo più pragmatico della compagnia, la possibilità di un amore a cui credere per davvero, mentre Rihanna accompagna il loro tragitto scombinato nel cuore ferito di un’America bisognosa di dolcezza. Una generazione contemporanea nel senso che del passato ha un’idea vaga, racchiusa nel consumo di riti anacronistici o incarnata da persone che forse non hanno mai sognato sul serio.

Che sia la britannica Andrea Arnold a guidarci non è un caso. Non è la prima né sarà l’ultima regista europea a prediligere il road movie per trovare la chiave di un’ennesima ma necessaria american story. Così il suo sguardo maturo ma altro rispetto al contesto geografico si adatta perfettamente alla disperata urgenza eruttiva negli occhi di Star di scoprire qualcosa che non sia la cupa e triste espressione di un domestico perturbante e violento.

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Con la camera a mano che non lascia fiato allo spettatore abbacinato dai grandi spazi, Arnold pedina Star senza morbosità, facendo tesoro della sua necessità di “fare esperienza” per raccontare una storia magari ripetitiva – se non meccanica in certi passaggi – ma che ha bisogno proprio di quei presunti giri a vuoto per restituire l’autenticità di un coming of age alternativo benché pieno degli archetipi e degli schemi uguali da che mondo è mondo.

Trovando in Sasha Lane un’interprete eccezionale per naturalezza, continua il suo discorso sul femminile nel mondo di mezzo tra infanzia dello spirito, adolescenza fisica ed esperienza dello sguardo, ed investe nella sua adesione ad un’avventura spericolata e picaresca l’empatia di una regista che da sempre rispetta i suoi personaggi. Certo, qualcosa di troppo c’è, ma il frammento in camion con Bruce Springsteen a modulare il dolore («qual è il tuo sogno?»; «nessuno me l’ha mai chiesto») e lo struggente finale meritano il gioco.

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