Far East Film Festival 20 | Recensione: The Portrait

THE PORTRAIT (ANG LARAWAN, Filippine, 2017) di Loy Arcenas, con Joanna Ampil, Rachel Alejandro, Paulo Avelino, Nonie Buencamino, Menchu ​​Lauchengco-Yulo. Musical drammatico. ***

Scritto in inglese e presentato negli anni cinquanta, diventando subito un long seller locale, Ritratto dell’artista come filippino è diventato nel 1997 un musical di successo. Alla prova del nove cinematografica, The Portrait non nega né cerca di mascherare la sua origine teatrale, agendo per quasi tutto – con l’eccezione di un breve passaggio prima in chiesa e poi per strada – il film all’interno di una grande casa decadente.

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Vi ci abitano Candida e Paula, figlie nubili e spiantate del pittore Lorenzo il Grande, che da qualche tempo ha deciso di confinarsi nella stanza da letto. Prima di autoesiliarsi, ha lasciato in salotto una tela – probabilmente autobiografica – che raffigura Enea ed Anchise. Sia i due egoisti fratelli maggiori sia il giovane affittuario che occupa una stanza cercano di convincerle a venderlo per superare le difficoltà economiche, ma la guerra incombe.

Una delle cose più interessanti del film è che il dipinto di cui si parla costantemente non si vede se non di sfuggita; così non solo si accresce la curiosità del pubblico riguardo un oggetto che determina il corso della storia, ma lo stratagemma contribuisce anche a creare una sorta di mitologia attorno ad un totem perturbante. In questo senso, The Portrait sfrutta bene gli spazi limitati, perché non facendo vedere il quadro suggerisce percorsi infiniti dentro un luogo circoscritto.

Attraverso un sapiente uso del décor retrò mai stucchevole, Loy Arcenas riesce a trasmettere il peso della storia aprendo il film con immagini d’epoca sulle note di Intramuros; e la scelta, fedele al testo d’origine, di non uscire quasi mai dalla casa, assieme alla fuga onirica nel musical, suggerisce l’idea che più che al period drama postcoloniale sia interessata alla corale allegorica prima della fine per gettare le basi di un nuovo inizio.

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Per questo lascia che la casa si riempia via via di personaggi a loro modo emblematici, dal giovane giornalista che, pur perdendosi un po’ nella narrazione, funge da sguardo esterno e ideale narratore al poeta diventato senatore per assicurare un futuro ai familiari, da par loro diventati frivoli, fatui, pettegoli nonché ricchi. Più che a un musical hollywoodiano somiglia ad un’opera lirica per la riduzione all’osso dei dialoghi non cantati: non tutto fluido, ma indubbiamente morbido e di gran classe.

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