Recensione: I fantasmi d’Ismael

I FANTASMI D’ISMAEL (LES FANTÔMES D’ISMAËL, Francia, 2017) di Arnaud Desplechin, con Mathieu Amalric, Marion Cotillard, Charlotte Gainsbourg, Louis Garrel, Alba Rohrwacher, Hippolyte Girardot, Laszlo Szabo. Mélo thriller. **

Lo spazio dove meglio si esprime I fantasmi d’Ismael è la soffitta di una vecchia e fatiscente casa di una zia defunta, in cui il protagonista, il regista Ismael Vuillard, si barrica per fuggire dagli spettri del titolo. I più evidenti: una moglie data per morta e riapparsa all’improvviso dopo vent’anni; un film bloccato ed incartato in una storia senza capo né coda; il produttore esecutivo stanco di coprirlo; un fratello molto citato ma svanito nel nulla del mestiere di diplomatico.

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Nello spazio claustrofobico, polveroso, misterioso della soffitta, Ismael, immerso in un delirio sospeso tra la paranoia sanitaria e la paura della realtà, spiega al produttore, giunto lì per riportarlo a lavoro, la differenza tra la prospettiva dei pittori rinascimentali e quelle olandese, servendosi dell’Annunciazione del Beato Angelico e del Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck. Attraverso un complesso reticolato di fili collegati tra le due opere, il regista espone l’impossibilità di una prospettiva unica, pur dichiarandosi proselito della scuola fiamminga.

Ora, la scena è molto suggestiva, complice anche la calda performance del feticcio Mathieu Amalric e lo spirito umoristico di Hippolyte Girardot. Ma in un film sfuggente come quello di Arnaud Desplechin finisce per assumere quella rilevanza teorica tale da far credere che sia lì la prospettiva dell’autore, in quella confusione di fili che, nel negare l’unicità della prospettiva, sceglie l’approccio politico espresso da quadro di Van Eyck, che non a caso ricorre spesso nella storia.

Come il pittore, Desplechin individua il punto di fuga al centro dell’orizzonte, catapultandosi dentro l’opera come se fosse un salto nel buio o nel vuoto. Allo stesso tempo, quindi, mette se stesso al centro dell’orizzonte. Con i suoi infiniti rimandi ad un’opera ormai nutrita e per certi versi davvero eccezionale, I fantasmi d’Ismael è un film totalmente dentro il cinema di Desplechin, al punto, però, da risultare l’apoteosi di un teorema autoreferenziale.

Se è vero – com’è quasi sempre vero – che un film sul cinema – e ancora più nello specifico un film su un film in fieri – è sempre un film sul cinema – e sul film – del suo autore, Desplechin gioca sì al rialzo, svelando un gioco narcisistico che si alimenta della sua reale biografia e una rete di citazioni onomastiche a simboleggiare distintamente la continuità con i precedenti lavori, ma al contempo denuda la fragilità di un film-tesi più affascinante negli intenti che interessante negli esiti.

Si vuol dar retta alla suggestione – chiamiamola hitchcockiana – della donna che ritorna (da dove? dal quadro esposto in salotto?) o all’incrocio di specchi riflessi che flirta con la geometria e l’aritmetica (la moglie corpo e fantasma; la moglie e la nuova compagna; il film nel film; l’attrice e la sua parte; il protagonista del film che fa la spia; l’immagine nel vetro del treno…), ma poi tutto si ripiega nella devastante inquietudine di un uomo-narratore (ma non del film) turbato dal venir meno delle certezze faticosamente costruite con la sabbia in riva al mare.

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Allora I fantasmi d’Ismael, più che un enigma sull’incapacità di accettare la realtà con lo sguardo che si è plasmato grazie alle (o nonostante le) possibili espressioni di finzione codificata dal mestiere o inventata per non soffrire più, si rivela un nevrotico e fieramente inconcludente rompicapo intellettuale senza compattezza né equilibrio, coerente nello spirito anche a costo d’essere un irritante giro a vuoto.

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