Recensione: L’isola dei cani

L’ISOLA DEI CANI (ISLE OF DOGS, U.S.A., 2018) di Wes Anderson. Animazione fantastico commedia avventura. ****

Coniugare al futuro il verbo di un autore (che ci ha) abituato, almeno nell’ultimo decennio, a (ri)vivere il passato. Sia esso il mondo fantastico di un classico dell’infanzia, un coming of age all’apogeo del vintage o un omaggio ad una cultura lontana lontana. In fondo l’operazione è sempre la stessa: agire dentro un universo con la libertà che si può concedere chi ha perfetta padronanza della propria visione di mondo.

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Dai tempi delle storie contemporanee per quanto bizzarre della prima parte di carriera, Wes Anderson sa dare fiducia ad uno sguardo estremamente personale, plasmando un immaginario sì derivativo (nostalgico) ma che riesce a trovare l’autonomia necessaria per dotarsi di un senso proprio. Laddove la sua commedia umana si misura con il futuro, Anderson resta coerente con l’idea di un cinema consapevole di essere amabile ma mai innocente.

Dopotutto, Anderson è uno dei registi d’oggi più importanti e decisivi nella costruzione di un materiale iconico ad uso e consumo di un certo pubblico, che banalmente potremmo definire hipster se non dessimo al termine un’accezione ghettizzante. Grazie, in particolar modo, ai due lavori precedenti, l’eccentrico regista ha raggiunto, infatti, un pubblico più eterogeneo, che riesce a riconoscere facilmente un suo lavoro. Lo stile di Anderson, insomma.

Si parla di regia: inquadrature frontali, sottopancia didascalici, sguardi in macchina, primi piani, profondità di campo. E poi un’attenzione maniacale per il dettaglio, una precisa scelta cromatica, una soundtrack sorprendente nella sua ovvietà. Cosa accade di fronte a L’isola dei cani? Che tutto questo repertorio si presenta puntualmente all’appuntamento; ma, ancora una volta, si scampa al pericolo del manierismo, al rischio di risultare stucchevoli, alla noia di scoprire il prevedibile.

I motivi sembrano essere almeno tre. Il primo è l’incontro con la cultura giapponese: Anderson la ripensa in una prospettiva non filologica ma rispettosamente creativa, ispirandosi al patrimonio iconografico, alla tradizione artistica, al catalogo figurativo nazionali per produrre un omaggio del tutto personale teso ad approfondire un discorso più intimo e meno scontato di un processo di duplicazione di un immaginario altro.

Il secondo è la sapiente cifra allegorica. Ambientato nel 2037, L’isola dei cani è un’immensa discarica in cui, per volere del dispotico sindaco (amante dei felini), sono stati deportati tutti i cani della città di Megasaki, al fine di sopprimerli poiché giudicati incurabili dunque pericolosi. La ribellione degli animali passa attraverso l’arrivo di un dodicenne, giunto nell’isola per rintracciare il suo cane: ed è in questo atto d’amore così radicale che capiscono di potersi fidare dell’umano.

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Inutile nasconderlo: dietro questa gentile distopia ci sono un racconto sulla fragilità (e sull’ambiguità) della dicotomia tra servi e padroni, la coreografia di una rivoluzione contro chi detiene il potere mediante l’informazione e la gestione del consenso, una critica alla strumentalizzazione del progresso che – non a caso – viene infine rimpiazzato da un placido recupero dello stare insieme tornando a fare cose normali (innamorarsi, leggere, mangiare, vivere).

Il terzo è il cast, ovvero i cani, che permettono ad Anderson di dare sfogo al cartoon in potenza di tutto il suo cinema fumettistico. Al di là di Fantastic Mr. Fox, è difficile non associare i suoi personaggi a disegni animati dai caratteri caricaturali ma comunque racchiusi in corpi umani. Nel ribaltare il discorso, qui l’antropomorfismo si esalta nell’accostare le riflessioni più antropiche ai buffi e comici atti canini. Un film incredibile per acume politico, emozionante empatia, linguisticamente audace: che sia qui l’Anderson più libero, concettuale, teorico, forse addirittura autentico?

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