Cannes Story – 3 | Marty, vita di un timido | Delbert Mann (1955)

L’ottava edizione del Festival di Cannes, nel 1955, fu la prima in cui venne assegnata la Palma d’Oro, massimo riconoscimento del concorso dopo sette anni di Grand Prix, spesso conferito a più titoli. Curiosamente, la giuria presieduta da Marcel Pagnol, l’autore della trilogia marsigliese di Marius, fece vincere uno dei film meno quotati, in un’annata che presentava, tra gli altri, La valle dell’Eden, L’oro di Napoli, Gli amanti crocifissi, Carmen Jones, Rififi, Giorno maledetto, Una grande famiglia e perfino Il segno di Venere.

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Il film in questione è Marty, vita di un timido, esordio sul grande schermo dell’onesto Delbert Mann, che dopo il premio a Cannes riuscì a raccogliere molti premi, fino ad ottenere quattro, pesanti Oscar: film, regia, attore, sceneggiatura non originale. La chiave del successo, forse, risiede anzitutto qui: nello script del grande Paddy Chayefsky, che scrisse la storia per quelli che all’epoca si chiamavano “originali televisivi”, tra il teatro filmato e il futuro tv movie.

In un momento di crisi nel cinema americano, questo tipo di film low budget, d’ispirazione teatrale e derivazione televisiva, con un respiro più ampio rispetto a quello possibile nel piccolo schermo, diede un impulso in direzione di una via locale allo stile estetico ma non al linguaggio del neorealismo. Serrato in una solida sceneggiatura, è una storia d’amore tra il macellaio Marty e l’insegnante Clara, due solitudini senza speranza se non nella possibilità di riconoscersi per poter essere felici.

Col suo mondo fatto di umili sale da ballo e di gente che prende l’autobus, Marty mette in scena l’incomunicabilità tra la piccola borghesia di emigrati italoamericani di origini abruzzesi e una città, New York, che pare dimenticarli. Questa conflittualità si riverbera nelle dinamiche domestiche e, in questo senso, appare emblematico il confronto fra Clara e la madre: la casa da sistemare contro resistenza alle vite destinati a separarsi.

Racconto autunnale di una relazione tra due persone ritrovatesi sole all’alba della maturità (per l’epoca), in cui le donne continuano a cucinare per i figli per evitare eternamente il taglio del cordone ombelicale, è racchiuso tanto nelle discussioni inconcludenti con gli amici ostili quanto lo struggente dialogo tra le due mature sorelle di Marty che si ritrovano senza più uomini da accudire e dunque senza ragioni di vita.

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Film di pura narrazione, moderno ed immediato, che trasmette tutta la rapidità e la compiutezza dei sedici giorni di riprese, caratterizzato da un montaggio essenziale, lunghi piani sequenza e continui primi piani, rappresenta una fase fondamentale del cinema americano nonostante sia praticamente dimenticata. Ernest Borgnine è nato per essere Marty; e forse anche Betsy Blair è nata per essere Clara, scelta malgrado fosse vittima del maccartismo, e che ottenne la parte grazie all’intervento del marito Gene Kelly.

MARTY, VITA DI UN TIMIDO (MARTY, U.S.A., 1955) di Delbert Mann, con Ernest Borgnine, Betsy Blair, Esther Minciotti, Augusta Ciolli, Joe Mantell, Karen Steele. Sentimentale. *** ½

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