Cannes Story – 4 | Segreti e bugie | Mike Leigh (1996)

In un’edizione aperta da Ridicule e che presentava in concorso – giusto per fare qualche nome – pezzi da novanta come Fargo, Crash, Verso il sole, Nuvole in viaggio, Io ballo da sola, Kansas  City o Le tentazioni della luna, la giuria presieduta da Francis Ford Coppola assegnò la Palma d’Oro ad un film di spettacolare minimalismo, attribuendogli anche il premio per la miglior attrice, la grandissima Brenda Blethyn: parliamo di Segreti e bugie, il definitivo exploit di Mike Leigh.

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Davvero attivo al cinema solo da qualche lustro, dopo il lontano esordio del 1971 premiato col Pardo d’Oro al Festival di Locarno, il già ultracinquantenne regista inglese confermò le belle speranze di Naked, premiato tre edizioni prima per la regia e l’interpretazione di David Thewlis. Per Leigh fu la consacrazione, suggellata da ben cinque nomination all’Oscar (compresa per l’inedita Marianne Jean-Baptiste) e una marea di altri riconoscimenti internazionali. In seguito, avrebbe anche espugnato Venezia, conquistando il Leone d’Oro con Vera Drake.

Tutto farebbe dire che Leigh, insomma, sia un autore da festival, nel senso più velenoso del termine, se non altro per il bottino di premi accumulato negli anni per sé o i suoi attori. In realtà il cinema di Leigh è un oggetto bifido, in cui convivono quanto di più autentico ed empatico con la classe media europea si sia prodotto negli ultimi decenni (il capolavoro Another Year o Happy Go Lucky) e quanto di più raffinato ed elegante si possa esprimere nel period drama (Topsy-Turvy e Turner).

A Cannes va, dunque, il merito di aver valorizzato l’opera di un cineasta autonomo e realista, che con Segreti e bugie ha saputo raggiungere una platea vasta e stratificata, raccontando con lirica adesione al quotidiano una singolare ed emozionante vicenda umana. Lo fa mettendo in scena un melodramma rarefatto, composto di lunghe sequenze dialogiche che si emancipano dalla deriva teatrale per farsi cinema che pulsa, inquieta, commuove, coinvolge, costringe a confrontarsi col dramma.

Ambientato nei sobborghi di Londra, racconta l’incontro tra una modesta operaia bianca, che vive con la figlia ventenne, e una trentenne borghese nera che è la sua figlia biologica, data in adozione appena nata. Come dice il titolo, il film si fonda su una rete insidiosa fatta di omissioni e menzogne, reticenze e paure, che affiora quando l’amicizia tra le due donne svela la sua reale natura, naturalmente nel bel mezzo di un interminabile, asfissiante, doloroso pranzo di famiglia.

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Senza ansie sociologiche né con l’intenzione di tracciare un didascalico film a tesi, Leigh tesse una narrazione che parte dalle caratteristiche della legge nazionale sulle adozioni e tocca la questione dell’integrazione razziale, ma non cercando mai di dire qualcosa che non sia legato al vissuto dei suoi personaggi. Per Leigh, la vera politica è il privato; e le relazioni umane possono spiegare l’anima di un popolo più di un report socioeconomico.

Proprio perché dà fiducia ad un’altalena di stati d’animo facilmente confondibile con le strategie narrative di una soap opera (le rivelazioni incrociate nel finale), Segreti e bugie espone lucidamente – complici i colori oggettivi di Dick Pope – la realtà dimessa di una certa fascia sociale uscita con le ossa rotte dall’epoca thatcheriana e già dimenticata dallo storytelling della terza via blairiana, incarnata da uno strepitoso coro di attori ben affiatati (specie Phyllis Logan e Timothy Spall in un ruolo di struggente complessità).

SEGRETI E BUGIE (SECRETS & LIES, G.B., 1996) di Mike Leigh, con Brenda Blethyn, Timothy Spall, Phyllis Logan, Marianne Jean-Baptiste, Claire Rushbrock, Lesley Manville. Drammatico. ****

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