Cannes Story – 5 | La porta dell’inferno | Teinosuke Kinugasa (1953)

In Occidente, i festival internazionali costituiscono da sempre le migliori occasioni per scoprire cinematografie lontane, i cui film non sempre (eufemismo) arrivano nelle nostre sale. Se oggi il mondo globalizzato ci mette facilmente in contatto con queste opere, ieri i festival erano i luoghi privilegiati (se non unici) dove ampliare gli orizzonti, e in questo senso Venezia è stata la rassegna più intuitiva nel premiare, per esempio, Akira Kurosawa, Satyajit Ray o Kenji Mizoguchi.

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Il 1954 fu non solo l’ultimo anno prima dell’istituzione della Palma d’Oro, ma anche l’anno in cui per la prima volta un film asiatico ottenne il massimo riconoscimento del Festival di Cannes di allora, il Grand Prix. In una selezione caratterizzata da Da qui all’eternità, Carosello napoletano, Cronache di poveri amanti e i nuovi lavori di Robert Siodmark, Kinuyo Tanaka, George Seaton, Helmut Kautner o Alberto Cavalcanti, la giuria presieduta da Jean Cocteau scelse La porta dell’inferno di Teinosuke Kinugasa.

Famoso soprattutto per i suoi muti d’avanguardia, il cineasta giapponese si misurò per la prima volta con il colore (prima di lui sono da ricordare il precoce corto La cintura dei mille punti e Carmen torna a casa), su pellicola d’importazione Eastmancolor, e riscosse più successo da noi che in patria. Tanto che, nello stesso anno, vinse anche il Premio della Giuria al Festival di Locarno e, in seguito, sia l’Oscar speciale per il miglior film straniero (la categoria non era stata ancora creata) sia quello – caso raro per un film non americano – per i migliori costumi in un film a colori.

La storia, ambientata nel Giappone feudale, attorno al 1159, parte da una ricompensa, promessa al samurai Morito dal suo signore, reggente dell’imperatore. Poiché gli ha salvato la vita, lo ringrazia assicurando di soddisfare qualunque suo desiderio. Morito vuole Kesa, la bella donna conosciuta durante la ribellione di Heiji, che però risulta già sposata ad un altro samurai, e quindi cerca di convincerla a lasciare il marito, spingendosi fino al ricatto.

Quasi un lavoro teorico sulla scoperta del colore come referenti di passioni che bruciano, malinconie virate in turchese, vestiti dalle fantasie che fasciano i corpi raccontando molto delle anime che contengono, La porta dell’inferno sembra essere consapevole del suo carattere sperimentale nell’aderire al patrimonio figurativo del passato con gli strumenti della contemporaneità, ponendosi davvero in continuità con le massime espressioni dell’arte giapponese.

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Tratto da un testo teatrale di Kan Kikuchi, cinema lucidamente popolare, il cui segno si ritrova tutto nello sfregio sul volto del samurai, reso parecchio visibile per ragioni commerciali, esteticamente aggressivo anche nei silenzi di suspense, è un melodramma incandescente sull’etica del guerriero che s’incontra con la storia di un amore impossibile perché forse a senso unico e un apologo sull’ossessione, sull’espiazione e sulle conseguenze dell’amore.

Non stupisce che sia molto piaciuto in Occidente, forse anche per il fascino orientalista e l’armoniosa ricchezza del colore. Il suo punto di forza, infatti, sta nella tensione che si crea tra il tumulto di passioni devastanti e il controllo di una messinscena trasparente, rigorosa ed armoniosa: e se Morito non è un personaggio pensato per suscitare empatia, c’è verso Kesa un timore reverenziale provocato dal suo inconcepibile spirito di sacrificio.

LA PORTA DELL’INFERNO (JIGOKUMON, Giappone, 1953) di Teinosuke Kinugasa, con Kazuo Hasegawa, Machico Kyô, Isao Yamagata, Yataro Kurosawa. Drammatico. *** ½

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