Cannes Story – 6 | L’albero degli zoccoli | Ermanno Olmi (1978)

Ermanno Olmi ci ha lasciato un giorno prima dell’inizio del Festival di Cannes, quella rassegna che lo vide trionfare esattamente quarant’anni fa con il suo film più iconico, importante, determinante, probabilmente il capolavoro di una filmografia coerente e limpida come poche. Tra i pochi registi a poter vantare la doppietta col Leone d’oro (ottenuto dieci anni dopo per La leggenda del santo bevitore), vinse sulla Croisette nell’edizione che seguì quella del trionfo dei fratelli Taviani con Padre padrone.

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Benedetti dal presidente dalla giuria Roberto Rossellini, i registi annunciarono idealmente la vittoria di Olmi, un autore della loro generazione che con il maestro del neorealismo intrattiene una simile affinità elettiva e che è accomunato ai fratelli toscani da una schietta e profonda adesione empatica alla terra e ai suoi abitanti. Insomma, dopo la pastorizia sarda ecco i contadini bergamaschi.

Magari, col senno di poi, può un po’ sorprendere la scelta operata da Alan J. Pakula, presidente di una giuria di alto profilo composta, tra gli altri da Franco Brusati, Liv Ullmann, Michel Chiment, Claude Goretta e Andrei Konchalovsky, in un’annata contraddistinta da Tornando a casa, Violette Nozière, Despair, Pretty Baby, Fuga di mezzanotte, L’australiano, La spirale, Una donna tutta sola, L’impero della passione e gli italiani Ecce bombo e Ciao maschio, a suo volta premiato col Grand Prix.

Ed è indicativo che tra i grandi successi italiani al Festival – pensiamo al Grand Prix (all’epoca massimo riconoscimento) condiviso tra La classe operaia va in Paradiso e Il caso Mattei, al secondo premio a Indagine su un cittadino assieme a Marcello Mastroianni e Ottavia Piccolo migliori attori fino al trionfo di Gomorra e Il divo – la combo formata dall’eretico milanese e dal cattolico bergamasco sia la meno ricordata, così lontani ideologicamente eppure vicini geograficamente.

Ma forse addirittura anche platonicamente, nonostante le evidenti apparenze: Ferreri e Olmi sono cineasti periferici nel loro essere centralissimi all’interno di un fecondo e fertile discorso sulle immagini rivelatrici, che ricorrono all’inconsueto per tracciare una quotidianità letta da una parte nei suoi aspetti più controversi, morbosi e grotteschi e dall’altra in quelli più trasparenti, lineari, perfino arcaici.

Verso la fine di un decennio incandescente, L’albero degli zoccoli arriva, dirompente e liberato, dopo una serie di lavori piccoli come I recuperanti (scritto con Mario Rigoni Stern, preludio del mitico mai realizzato adattamento de Il sergente nella neve), Durante l’estate e La circostanza, destinati in seguito ad essere riscoperti eppure sempre bisognosi di una continua rilettura per decriptare il profilo più complesso di quanto si creda di un cineasta libero ed autonomo.

Nelle intenzioni – e così negli esiti – si tratta di un radicale tuffo nel passato con gli strumenti della scuola neorealista: Olmi, infatti, prende gente del popolo – e più nello specifico della terra: contadini, per l’esattezza – per interpretare gente del popolo – contadini, per l’esattezza – ma viaggiando fino alla conclusione del secolo precedente con l’obiettivo di raccontare la vita quotidiana di quattro famiglie che abitano in una cascina di campagna nel bergamasco.

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Sotto l’ala protettiva della Rai migliore di sempre, un trattato poetico ed etnografico scritto, diretto, prodotto, montato, fotografato da Olmi, autore totale impegnato per quattro mesi a riprendere le vite immaginarie nel passato (non troppo) remoto di non professionisti chiamati a ripensare antiche ipotesi di loro stessi, che è anche una sinfonica rapsodia brulla sul rapporto tra uomo (lavoratore) e natura (oggetto del lavoro).

Sospeso tra documentario e romanzo, è uno dei pochi (grandi) film italiani a non coltivare un legame nostalgico con il passato: c’è, piuttosto, uno sguardo empatico ma aspro sui limiti sociali, le secche culturali, le distanze tra i ceti, l’impossibile emancipazione di un mondo capace tanto di illuminarsi di fronte ad attimi di meraviglia (la prima neve, la festa della cuccagna, il parto) quanto vittima dei suoi stessi confini. Sembra incredibile, eppure fu un successo clamoroso, che testimonia il magistero indimenticabile di Ermanno Olmi.

L’ALBERO DEGLI ZOCCOLI (Italia, 1978) di Ermanno Olmi, con Luigi Ornaghi, Francesca Moriggi, Omar Brignoli, Antonio Ferrari, Teresa Brescianini, Giuseppe Brignoli, Lorenzo Pedroni, Giuseppina Sangaletti, Battista Trevaini, Carmelo Silva. Drammatico. ****

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