Cannes Story – 8 | Padre padrone | Paolo e Vittorio Taviani (1977)

Oggi si parla molto del rapporto tra cinema e televisione, nell’epoca in cui la serialità televisiva sta travolgendo il film in sala mettendo alla prova la sua centralità nel discorso sulle immagini, grazie all’ormai lunga onda di rinnovamento che potremmo spiegare con l’uso e lo sviluppo di una narrazione estesa, stratificata, magmatica e di uno stile che non si limita più a fornire solo intrattenimento ad un pubblico popolare.

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In realtà la questione è ciclica, e si verifica laddove il cinema pare perdere colpi perché incapace di fornire un immaginario potente ed autonomo. È capitato negli anni cinquanta, quando si arrivò a portare al cinema dei soggetti che già avevano riscosso successo in televisione, è capitato anni dopo con la codificazione del blockbuster come evento, è capitato quando i registi di cinema sono passati alla televisione e capita oggi.

La tensione raggiunse uno dei suoi apici storici proprio al Festival di Cannes del 1977, quando Padre padrone vinse la Palma d’Oro. C’è un elemento a cui oggi pensiamo poco ma che è fondamentale per capire il problema: e cioè che il film-spartiacque della carriera dei fratelli Taviani era uno sceneggiato.

Su invito dei delegati della manifestazione, la Rai (che negli anni settanta produsse cose memorabili, facendo dialogare come mai cinema e televisione) lo portò in concorso in un’annata di alto livello: c’erano, tra gli altri, infatti, Una giornata particolare, Tre donne, Un borghese piccolo piccolo, I cacciatori, Questa terra è la mia terra, La merlettaia, Racconti di Budapest, I duellanti, L’amico americano, Elisa vita mia, Car Wash

Con grande stupore generale e annesso scandalo, Roberto Rossellini fece valere con carismatica autorevolezza il ruolo di presidente della giuria e assegnò il massimo riconoscimento proprio a quello sceneggiato che non era stato pensato per una fruizione cinematografica. Poiché il regista morì qualche settimana dopo, col senno di poi questa scelta assume davvero un carattere testamentario, come se il maestro del neorealismo avesse voluto passare il testimone a due allievi indipendenti.

È, d’altronde, difficile non scorgere in Padre padrone le tracce di un neorealismo riletto alla luce di Brecht, con la presenza all’inizio e alla fine di Gavino Ledda, lo scrittore dell’autobiografia alla fonte del film, a testimoniare il legame tra realtà e finzione dove la prima introduce e postula la seconda ma è la seconda a negare il documentarismo in favore di un’orgogliosa adesione ad un realismo puro, crudo e mai barocco, percorso dall’intelligente partitura di Egisto Macchi.

Suggestionati dalla storia vera dell’emancipazione di un bambino pastore diventato glottologo nonché accademico della Crusca, i Taviani cercano le origini del percorso di riscatto a partire dall’infanzia e trovano nel grigio e misterioso contesto sardo uno spazio ostile in cui misurare un aspro e doloroso racconto di formazione. Perfino quando toccano il delicatissimo tema della zoofilia il loro sguardo non coglie la morbosità ma la disperazione di una latitante educazione agli affetti.

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Certo, è normale che di fronte ad una storia del genere i registi cedono un po’ all’approccio didattico, non rinunciando a dare alla messinscena le peculiarità di una lettura politica sul popolo che non ha gli strumenti culturali per non vivere quel tipo di vita. Ma l’aspetto più importante di Padre padrone è naturalmente nel rapporto conflittuale, speculare, drammatico tra un genitore duro e violento e un figlio colto nel suo processo di comprensione del reale.

Per incarnare i protagonisti, i Taviani hanno scelto due attori d’estrazione teatrale: se Saverio Marconi, asciutto e intenso, è poi diventato un regista di musical popolari, è con l’eccezionale Omero Antonutti (in ruolo che avrebbe dovuto sostenere Gian Maria Volontè) che i registi hanno formato un sodalizio per tutto il decennio successivo. Quello in cui i fratelli raggiunsero l’apogeo del loro cinema miracolosamente compatto ed unitario.

PADRE PADRONE (Italia, 1977) di Paolo e Vittorio Taviani, con Saverio Marconi, Omero Antonutti, Marcella Michelangeli, Fabrizio Forte, Stanko Molnar, Nanni Moretti, Gavino Ledda. Biografico drammatico. ****

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