Future Film Festival 20 | Recensione: Les garçons sauvages

LES GARÇONS SAUVAGES (Francia, 2017) di Bertrand Mandico, con Anael Snoek, Diane Rouxel, Elina Löwenson, Mathilde Warnier, Nathalie Richard, Pauline Lorillard, Sam Louwyck, Vimala Pons. Fantastico avventura. ** ½

Les garçons sauvages arriva al Future Film Festival dopo il primo passaggio alla Mostra di Venezia, dove fu accolto da un pubblico abbastanza spiazzato e forse perfino stordito. In seguito è diventato un piccolo cult della cinefilia europea, ed è praticamente impossibile trovare tra i critici italiani qualcuno disposto a non tessere le lodi di questo esordio dirompente e disorientante. E il FFF, con la sua innata vocazione all’esplorazione dell’avanguardia, pare essere il luogo più adatto per rivederlo.

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Dotato di una sfacciataggine tanto spudorata quanto indispensabile, Bertand Mandico lascia esplodere il suo talento incontrollato in un tondeggiante super-16 antico – o anticheggiante – che costeggia la modernità più nella possibilità di liberare lo sguardo al crocevia di un erotismo mai banale che nella forma estetica, volutamente squilibrata tra la ruvidità di un granuloso bianco e nero e la detonazione cromatica di improvvise tinte esuberanti.

La stessa narrazione è in funzione della visione di un autore giovane ed arrogante, interessato ad accumulare un repertorio di simbolismi ed allegorie nell’ambito di una stratificata, problematica ed autonoma riflessione sul gender, sull’avventura, sulla fuga. Con quel titolo che guarda a Jean Cocteau per via melvilliana, incrociando gli spazi dei romanzi di Jules Verne e Robert Stevenson attraverso le atmosfere di William Golding, Mandico mette in scena una storia al limite, in un’epoca sì definita (primi del Novecento) eppure fuori dal tempo.

Cinque adolescenti, rampolli di buona famiglia, violentano una donna. La loro rieducazione è delegata ad un inquietante capitano olandese, che, a bordo di un vascello decrepito, li conduce in un’isola misteriosa. Qui i ragazzi sono costretti a sostenere un programma inizialmente fondato sul contrappasso della violenza e che a poco a poco li accompagna nei misteri di una vegetazione lussuriosa e verso un segreto ancora più grande.

Poderosamente sfrontato, Mandico accarezza la stilizzazione seguendo le coordinate nascoste di un allucinato delirio psichedelico, ipotesi di fantascienza erotica in cui il sesso è oggetto di costante ripensamento. Sesso come genere: attori che sono attrici, corpi che al contempo potrebbero essere uomini o donne, ragazzi in fieri che si reinventano ragazze, falli posticci che cadono di fronte all’evidenza di una sregolata fluidità assistita dalla fantasia.

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Sesso come atto: un affastellamento di orgasmi cercati, indotti, rifiutati, voluti o per caso incontrati, riflessioni sul maschio dominatore, fallocrazia come potere assoluto da combattere a forza di gesti sovversivi. Sesso come viaggio, metamorfosi, ricognizione, messa alla prova, redenzione, liberazione. Un oggetto enigmatico, disorientante, abbacinato più che abbacinante: magari resisterà al tempo, sarà un classico futuro del cinema ribelle di questi anni liquidi, un piccolo caposaldo di una nuova ondata senza limiti e confini… ma da queste parti sembra più una folle e surreale provocazione.

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