Recensione: La truffa dei Logan

LA TRUFFA DEI LOGAN (LOGAN LUCKY, U.S.A., 2017) di Steven Soderbergh, con Channing Tatum, Adam Driver, Daniel Craig, Katie Holmes, Hilary Swank, Seth MacFarlane, Riley Keough, Sebastian Stan, Katherine Waterston, Farrah Mackenzie. Commedia azione. *** ½

Chi è Rebecca Blunt, la sceneggiatrice di La truffa dei Logan? Attorno alla sua figura c’è un mistero che somiglia alla beffa, costeggia la goliardia, amplifica l’ambiguità. Si dice ci sia dietro la moglie di Steven Soderbergh, ribattezzata con uno pseudonimo per evitare la situazione “marito dirige sceneggiatura della moglie”. Ma sono altrettanto cospicue le voci che accreditano la scrittura allo stesso regista, che d’altronde ci ha abituato ad essere “autore totale” in quanto responsabile – sotto falso nome – sia della fotografia che del montaggio.

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Pur dando per certa l’esistenza di questa Blunt (Soderbergh si è molto risentito della querelle), è come se questa suggestione sulla sua dubbia identità dia la cifra di un film fondato sui rapporti familiari, grande ritorno al cinema di un regista che qualche anno fa aveva annunciato uno sciagurato ritiro. Un film come mai “familiare”, nella misura in cui il titolo originale allude alla presunta maledizione dei Logan, il cui albero genealogico pullula di disgrazie che sembrano più alle sfighe.

La truffa dei Logan gioca sulla dissimulazione, ricorrendo a massicce dosi d’ironia che non intaccano mai il disegno dei personaggi. Piuttosto permettono loro di essere guardati con l’empatia necessaria per accettare un colpo grosso pensato e compiuto da un manipolo di simpatici sventurati ai danni non della comunità quanto di un colosso non esattamente immacolato. Come si percepisce nel finale, il passo è brevissimo tra l’essere delinquenti di provincia e eroi popolari.

Con lo sguardo rivolto al passato senza ostentare citazionismi o barricarsi nella comoda nostalgia del mondo perduto – e disseminando mille polemiche contro l’essere social, come il rifiuto del cellulare (ma non per fare foto: praticamente l’annuncio del successivo Unsane, dove il “fare cinema” cambia solo negli strumenti ma non nello sguardo), del Gps, di Facebook (e che Rebecca Blunt sia un monito sul tema? se non si riesce a rintracciarla online, vuol dire che non esiste?), il film è così ancorato al presente da risultare immediatamente un classico.

I tre fratelli, intimamente legati al rurale e triste West Virginia, sono nell’ordine: un ex giocatore di baseball ora manovale disoccupato con una gamba offesa, un veterano di guerra senza un braccio ora modesto barista, una parrucchiera di periferia già autista di corse spericolate.

Al terzetto è intersecata la nuova famiglia dell’ex moglie del primo fratello, risposatasi con un rampante e sciocco proprietario di concessionarie, e s’incrocia un altro trio di fratelli, capitanati da un geniale scassinatore incarcerato, necessario per il colpo. Se vogliamo, possiamo incrociare anche un’altra triade, composta da una piccola star della pubblicità e dai suoi due scudieri, che tornano poi in un momento decisivo a ricordare involontariamente quanto il film sia fondato sul mascheramento.

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Film matematico, geometrico, calcolatissimo nella sua apparente facilità che definisce invece una leggerezza del tocco indispensabile per misurare la sua versione di “heist movie” alla malinconia di un’America simile a quella dei primi anni Trenta – con un incipit tra padre e figlia e una macchina scassata che ha dentro il germe di Paper Moon – e dominata dalla frantumazioni dei legami, dove la solidarietà sindacale è indebolita dall’angoscia di perdere il lavoro, occasionali donazioni sovvenzionano la sanità e dio ce ne scampi dal trattamento carcerario.

E mettiamoci pure che il fratellino, veterano dell’Iraq più disincantato che alienato, si chiama Clyde sia come il noto bandito ma anche alludendo al capolavoro della New Hollywood e le bambine bionde sono cresciute dentro un infinito talent show per diventare Miss America. Ma è proprio attraverso quest’ultima che La truffa dei Logan rivendica la necessità della ribellione, quando sul palco rifiuta di essere qualcosa che le sue radici le impongono di non poter essere.

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