Recensione: Tuo, Simon

TUO, SIMON (LOVE, SIMON, U.S.A., 2018) di Greg Berlanti, con Nick Robinson, Katherine Langford, Jennifer Garner, Josh Duhamel, Alexandra Shipp, Logan Miller, Tony Hale, Keynan Lonsdale. Commedia sentimentale. ***

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«È meglio provare un po’ di imbarazzo piuttosto che appesantire il cammino di troppo dolore». Non è una citazione di Tuo, Simon, ma di Flipped, un trascurato film di Rob Reiner sull’educazione sentimentale di due bambini. Naturalmente nel grande panorama del “coming of age” americano tutto si tiene e anche i film meno prossimi rivelano straordinarie affinità – e prima o poi sarà il caso di tratteggiare un quadro generale del filone.

Quindi? Quindi dentro quella battuta c’è il cuore di Tuo, Simon, uno dei più importanti prodotti del recente mainstream americano, tratto dal romanzo Non so chi sei, ma io sono qui di Becky Albertalli e primo teen movie ad avere un protagonista gay, che peraltro non vive la propria dimensione sessuale in una prospettiva problematica. Semmai il problema è nel come e nel quando più che nel cosa o nel perché.

Come in Chiamami col tuo nome, il problema non sta nell’accettare l’attrazione nei confronti di una persona dello stesso sesso, quanto piuttosto nel capire se quell’interesse corrisponde ad un vero sentimento e non al sintomo di un turbamento adolescenziale. Che Simon non riesca a rivelarsi agli amici storici è comprensibile, perfino scontato, e le dinamiche del coming out sono tanto faticose – perché in effetti coming out non è… – quanto normali per un sedicenne.

Lo scarto sta proprio nella personalità di Simon (meravigliosamente interpretato da Nick Robinson), davvero insolita per un filone dove si sente il dovere del “problema” per innescare un cambiamento o comunque una certa traiettoria nella narrazione. Simon ha una vita pubblica nella quale può contare sull’appoggio di una famiglia serena, ha un forte ascendente sugli amici di sempre (quasi stratega…), non riscontra particolari problemi scolastici, ha già lasciato una fidanzatina.

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E ha una vita segreta in cui, da bambino, si scopre attratto da Daniel Radcliffe e, da adolescente, spia il prestante operaio che lavora di fronte casa. Quando, attraverso il social network della comunità studentesca, legge la testimonianza di un certo Blue, che teme di dichiararsi, Simon diventa Jacques, intrattenendo con il misterioso pen friend una corrispondenza intima che mette a nudo le sue paure e i suoi desideri.

E insomma Tuo, Simon sin dal titolo rivela questa sua antica dimensione epistolare che non si sviluppa in una fuga nostalgica dalla cifra hipster – per fortuna non abbiamo romantiche lettere vergate a penna ed inviate in modi rocamboleschi: un piccolo esempio di onestà e autenticità col suo pubblico – ma si adatta agli schemi della contemporaneità tecnologica con tutte le complicazioni del caso (account rimasti aperti, delazioni per screenshot, derisione via meme).

In questo senso il film, nel crinale tra sperimentazione dell’imbarazzo e rischio del dolore di cui sopra, sembra davvero scritto e addirittura pensato da coetanei dei suoi protagonisti, troppo grandi per poter essere ancora protetti dalle bolle famigliari ma troppo piccoli per poter emanciparsi dalle aspettative dei propri punti di riferimento. La questione, infatti, non sta nel perché si è qualcosa – c’è un comprimario chiaramente fluido – ma nel trovare i tempi e gli spazi più adeguati per sentirsi in pace con il mondo.

Eppure, se Tuo, Simon riesce a non essere un manifesto di buonismo politically correct – senza rinunciare tuttavia al suo essere fortemente, tenacemente, fieramente politico – è perché non abdica un secondo alla necessità di non essere semplicistico. Benché il problema personale non sia l’identità, è chiaro che il problema sta nel negoziare pubblicamente la propria identità: se i genitori accolgono con tenera e goffa empatia, gli amici e i compagni di scuola sono spiazzati e turbati.

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Ed è così questo singolare ed inconsueto “feel good movie” si misura lucidamente con gli struggimenti più autentici del dover diventare grandi, con il rispetto nei confronti dei suoi personaggi – anche i più sgradevoli: sono ragazzi, cresceranno – e la fiducia di raccontarsi ad un pubblico ben più intelligente e disponibile di quanto si creda, pronto a riconoscersi – oltre le questioni di genere, altroché – nelle lettere dove spogliarsi, analizzarsi, rivelarsi ed infine a sciogliersi, dopo vari colpi a vuoto, in un finale da occhi a cuoricino.

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