14° Biografilm Festival | Recensione: La promesse dell’aube (La promessa dell’alba)

LA PROMESSA DELL’ALBA (LA PROMESSE DE L’AUBE, Francia-Belgio, 2017) di Éric Barbier, con Charlotte Gainsbourg, Pierre Niney, Didier Bourdon, Jean-Pierre Darroussin, Catherine McCormack, Finnegan Oldfield. Biografico drammatico guerra. ** ½

Artista totale, personaggio d’altri tempi, capace di sfidare a duello Clint Eastwood (che rifiutò) perché amoreggiava con l’allora sua moglie Jean Seberg, Romain Gary ebbe una vita fin troppo assurda per poter risultare credibile in un film. Perfino la morte fu teatrale: si sparò avvolto in un drappo rosso. I suoi romanzi hanno conosciuto alcune trasposizioni, La vita davanti a sé ricevette un Oscar e il suo memoir all’origine di La promessa dell’alba fu già trasposto sullo schermo nel 1970 da Jules Dassin.

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È interessante modulare il concetto di autobiografia con la vita di Gary: nato in Lituania col cognome Kacew, cresciuto senza padre in Francia, autore di romanzi e racconti con svariati pseudonimi, unico vincitore per due volte del Premio Goncourt con diversi nomi d’arte (Gary e Émile Ajar). È chiaro che qualsiasi lavoro su Kacew/Gary/Ajar/etc. sia anche una riflessione sull’identità, un percorso sulle radici e la reinvenzione, sul fare letteratura della propria vita e viceversa.

Racchiuso entro una cornice negli anni sessanta, La promessa dell’alba è un flashback praticamente scisso in due parti. La prima racconta l’infanzia e la prima adolescenza del protagonista, concentrandosi sul bullismo subito in quanto “meticcio” (ebreo, emigrato, sradicato…) e sulla ricerca della propria vocazione. La seconda comprende il trasferimento a Parigi e si focalizza poi sull’esperienza bellica.

Ciò – anzi: colei – che tiene tutti i fili è la madre, personaggio ingombrante, eccentrico, orgoglioso, caparbio, ostinatamente convinta delle qualità del figlio, con cui coltiva un rapporto ai limiti della morbosità, un amore totalizzante e troppo grande per essere davvero accettato senza angosce. Appare all’inizio dal bianco della neve, come il presagio di un fantasma, e alla fine nel nero dell’oscurità, quasi la visione di un’attesa premonizione, sempre complice, ora autoritaria ora subordinata.

Un ruolo che Charlotte Gainsbourg tratteggia con intelligente istrionismo, esprimendo profondo rispetto nei confronti delle esasperazioni di una madre che ha votato l’esistenza al bene del figlio, riversando su di lui un universo delle promesse mancate di una vita difficile affinché lui possa esplodere nel firmamento a lei precluso. E tra l’altro indovina anche la dimensione buffa del personaggio, senza mai sfociare nel ridicolo, intuendo quale sia il vero lascito al figlio.

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A voler essere brutali, esso è la mitomania. Perciò di fronte al biopic non si sa mai a cosa credere davvero, quanto la (dis)simulazione sia centrale nel discorso sulla vita come opera d’arte: ed è la cosa migliore del film, specie quando nella prima parte la donna fiera e bugiarda si faccia il vettore dell’educazione alla messinscena del figlio. È la sezione migliore, quella in cui il calligrafismo sa non essere stucchevole, cogliendo nei dettagli attimi di fulgore.

Purtroppo la seconda parte decade verso il polpettone, e non è questione di credibilità narrativa: è piuttosto un accumulo di elementi leggermente micidiali (la ricostruzione manierista, la necessità di rendere ogni episodio memorabile, la traiettoria prevedibile di un eroismo stravagante) che da bizzarro cripto-memoir lo rendono scontato maxi-prodotto noiosamente europeo.

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