14° Biografilm Festival | Recensione: Ognuno ha diritto ad amare – Touch Me Not

TOUCH ME NOT (NU MA ATINGE-MA, Romania-Germania-Repubblica Ceca-Bulgaria-Francia, 2018) di Adina Pintille, con Laura Benson, Tomas Lemarquis, Dirk Lange, Hermann Mueller, Christian Bayerlein. Drammatico. *

Voliamo alto. C’è un argomento che la critica o quella che vorrebbe essere tale non dovrebbe mai adoperare come strategia privilegiata nella lettura di un testo: la noia. Intesa nel suo significato più banale. Il pubblico ha il diritto di annoiarsi; la critica ha il dovere di capire. E semmai dovesse annoiarsi – com’è normale che sia – deve interrogarsi sui motivi del tedio, sui limiti di un progetto, sulla propria capacità d’interrogazione.

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Detto ciò, se critici vogliamo essere senza perdere tempo sulla (presunta) crisi della critica nell’epoca dell’opinionismo, allora dobbiamo sforzarci di comprendere anche Touch Me Not, contestatissimo Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino. Eppure quella parola così abusata finora – noia – sembra essere quella più adeguata per entrare nelle pieghe di un discorso fondato su un meccanismo che effettivamente sta mostrando la corda.

Ovvero l’autofiction, in qualche modo l’autobiografia romanzata spogliata di qualunque dissimulazione di finzione nel mettere in campo il proprio io quale io narrante e scrivente, un procedimento che conduce ad una messa a nudo dell’identità dentro una struttura volta altresì a costruire ipotesi di realtà alternative benché attendibili.

Qui si parte proprio dalle politiche del desiderio della regista, che si mette al centro della questione sin dall’incipit con la macchina da presa, nel cui quadro occupa spazio il suo volto per poi spartirsi nei diversi corpi di altri personaggi. È chiaro: che sia il fisico perfetto di un gigolò o quello offeso di un ragazzo disabile, sia una donna alter-ego che non vuole farsi toccare o un trans un po’ triste, è sempre Adina Pintilie a dominare il discorso.

Touch Me Not dimostra che – grande scoperta, ne conveniamo – non conta la quantità ma la qualità. Che non ha alcuna importanza il fatto che il film sia il frutto di sette anni di infinite riprese quando il risultato vorrebbe nascondere sotto la pretesa del pastiche intellettuale un’irreversibile confusione di registri: un po’ fiction e un po’ documentario, un po’ diario segreto reso pubblico e un po’ sperimentalismo che solo per bontà d’animo si segue fino in fondo.

Francamente sembra ridicolo che questo finto dialogo che malcela un insopportabile narcisismo si risolva tutto in questioni sull’incidenza del materno già affrontate un secolo fa da qualcuno più autorevole della regista, furbi ammiccamenti con sorriso compiaciuto in primo piano verso l’inno alla normalità per via sessuale del disabile, esplorazioni più morbose che etnografiche su club di perversi ripresi con l’alibi dell’inchiesta.

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Con la sua se non falsa perlomeno ambigua “messinscena della messinscena” che vuole trasmettere il senso di un lavoro in fieri, Touch Me Not è uno degli zenit negativi del “cinema da festival”, che parla con il linguaggio artefatto e scaltro di chi ama farsi allisciare dai grandi film-messaggio incapaci di dire qualcosa di davvero autentico, un esperimento che al di là della confezione high quality (ma chi non ne sarebbe capace, oggi?) non sa nascondere uno sguardo amatoriale sul desiderio. Ah, sì: mai il sesso è stato così noioso.

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