Leone l’ultimo | John Boorman (1970)

Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta, John Boorman sfondava i confini britannici grazie a tre film destinati culto e presagiva il definitivo trionfo di Un tranquillo weekend di paura. Il quarantacinquenne Marcello Mastroianni era già Mastroianni, il divo prediletto di Fellini, attore attivissimo in qualsivoglia operazione d’autore e non, icona controvoglia del latin lover nonché protagonista delle cronache rosa per il love affair con Faye Dunaway.

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L’incontro tra queste due personalità può sembrare curioso solo a chi non conosce davvero la carriera di Mastroianni, zeppa di collaborazioni sulla carte più che bizzarre e, con l’avanzare dell’età, delocalizzata nel panorama di un cinema senza frontiere. In fondo non è difficile capire il motivo di questa duttilità: Mastroianni portava in dote se stesso e, per quanto abile, è impossibile godere di un suo lavoro senza considerare la sua intera carriera.

Negli anni in cui lascia che Ettore Scola deformi la sua fisicità per avventurarsi in territori grotteschi (Dramma della gelosia, Permette? Rocco Papaleo) e presta il suo corpo d’attore ad una delle più acide riflessioni sul mestiere (L’idolo delle folle), Mastroianni vive il suo divismo essendo abitante di film magari non pensati per lui ma che egli stesso lega indissolubilmente alla sua immagine.

Malgrado la fortissima presenza di un autore dallo sguardo pressoché unico e spesso incasellabile, Leone l’ultimo non fa eccezione, perché Mastroianni si appropria totalmente del personaggio, protagonista della commedia The Prince di George Tabori, al punto da suggerire quanto il film, chiaramente nella poetica di Boorman, sia al contempo in continuità con quella particolare dimensione surreale ben incardinata in un contesto empirico.

Leone l’ultimo è un film profondamente allegorico, che trova in una strada lo spazio simbolico in cui esplodono le disuguaglianze sociali tra i decadenti ma ostinati ceti dominanti e gli emarginati in rivolta per conquistare posizioni. Quando nella prima parte ci si perde in una fuga lisergica tipica del periodo, che ricorda l’alienazione allucinata di Un uomo da marciapiede e il caos di Hollywood Party, la prospettiva onirica detona al crocevia di uno sguardo debitore alle fantasie felliniane.

Il fellinismo fa spesso capolino, trovando la sua espressione più determinante nelle scenografie che pur non essendo ricostruite (si girò su una strada prossima alla demolizione: puro senso della fine) in studio trasmettono quel senso della finzione così perturbante da diventare paradigma di uno zeitgeist: è solo ripensandola sul set che si può ragionare sulla realtà svelandone i limiti e le brutture, sovvertendo le immagini per piegarle ad un discorso che il grande schermo esalta in tutta la sua capacità metaforica.

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Ma è evidente che lo stesso Mastroianni sia portatore sano di fellinismo. E tuttavia l’attore è talmente intelligente da non adagiarsi sulla comodità della riproposizione di umori e stilemi del suo regista sodale. Al contrario, segue Boorman con il disciplinato stupore del professionista infallibile in una complessa macchina narrativa dove il suo corpo sgraziato è testimonianza di un fasto perduto e i suoi occhi osservano la realtà con la consapevolezza di non poterne prendere parte, muovendosi rapidamente per cercare oltre le lenti del cannocchiale una via di fuga che possa dare un senso al proprio privilegio.

Oggi il film, premiato a Cannes per la miglior regia, appare forse un po’ datato ma è molto utile ed intrigante per definire il perimetro ideologico di un cinema contestatario non nella misura del pamphlet, quanto piuttosto nell’ordine di uno strampalato apologo pessimista e sarcastico sulla rivoluzione impossibile, l’irriducibilità del potere e dei suoi parassiti subalterni, la perplessità sul fatto che debba scorrere il sangue per rendere fertile la terra infestata.

LEONE L’ULTIMO (LEO THE LAST, G.B.-U.S.A., 1969) di John Boorman, con Marcello Mastroianni, Billie Whitelaw, Calvin Lockhart, Glenna Forster Jones, Graham Crowde. Commedia drammatica. ***

 

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