Ardenne ’44, un inferno | Sydney Pollack (1969)

Incastonato tra Joe Bass l’implacabile e il definitivo trionfo Non si uccidono così anche i cavalli?, Ardenne ‘44, un inferno è uno dei film meno celebrati di Sydney Pollack. Incompreso all’epoca tanto da risultare un sonoro flop al botteghino americano, ha forse avuto bisogno della lunga stagionatura per poter essere accolto oggi quale incredibile esito di una straordinaria convergenza di sguardi.

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Tra i registi della New Hollywood, Pollack è probabilmente il più organico al sistema industriale, quello che meglio si sa muovere nel far venire a patti con il capitale per ottenere il massimo della resa. Supremo intrattenitore che sia alle prese con un mélo o una spy story, prima di decostruire i piani del racconto durante la più allegorica e tragica gara di ballo della storia, si getta spericolato in un’opera a suo modo unica tanto nella sua carriera quanto nel panorama generale.

Influenzato dalla Nouvelle vague, qui Pollack dimostra di aver introiettato la lezione europea sperimentando ad alto budget alcune delle più particolari intuizioni di quell’universo autoriale. Nel solco del ripensamento controculturale del war movie, sceglie la prospettiva bellica come luogo ideale per dilatare l’azione e trasmettere il senso di un’attesa logorante, gli spazi di una noia incombente, la paura di un futuro ipotetico.

Ambientato nella foresta delle Ardenne, racconta i preparativi della battaglia per rispondere alla controffensiva tedesca da parte dei soldati americani, i quali occupano il castello di un decadente conte la cui moglie intreccia una relazione adulterina con il maggiore dell’esercito. Poiché la guerra sembra essere quasi un pretesto per osservare il comportamento smarrito di un gruppo, Pollack sceglie di rallentare il ritmo per coglierne il disorientamento e l’esperienza psicologicamente devastante.

Anche grazie alla fotografia di Henri Decaë, Ardenne ’44 finisce per essere una fuga onirica sul manto della neve sporca, un trip lisergico virato di fellinismi incarnati da donne disponibili, porche e materne, una traversata nell’orrore dentro una parabola impressionante, piena di simbolismi accresciuti dai riferimenti all’arte figurativa (c’è uno studioso che si oppone al pragmatismo del maggiore), per la capacità di raccontare la catabasi nella follia.

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La guerra si riverbera nel conflitto tra uomini chiamati a difendere la patria in terra straniera, disposti a qualunque cosa e frattanto coinvolti nell’atteggiamento colonizzatore tipico del loro paese, e strenui difensori del proprio status quo nonostante il caos circostante. Visioni inconciliabili che trovano nel castello l’oggetto che ne determina il discrimine, laddove il maggiore intende usarlo come mero avamposto mentre il conte ne vuole preservare il valore storico e culturale.

È in questa conflittualità minore dentro uno scontro di maggiori proporzioni che Pollack coglie il dramma, collimando il crudo realismo dell’azione con momenti dove dominano la riflessione, l’immagine deviata, l’alienazione. Talmente perturbante che non stupisce il suo scarso successo, troppo “europeo” per essere accettato dal pubblico americano, forse suggestionato dal Vietnam e quindi ancora indisponibile ad una visione della guerra così allucinata (ma due anni dopo uscì E Johnny prese il fucile).

ARDENNE ‘44, UN INFERNO (CASTLE KEEP, U.S.A., 1969) di Sydney Pollack, con Burt Lancaster, Bruce Dern, Patrick O’Neal, Jean-Pierre Aumont, Peter Falk, Scott Wilson, James Patterson, Astrid Heeren, Caterina Boratto. Guerra. *** ½

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