Vanzina, il cinema, l’Italia

Da par mio credo che Carlo Vanzina abbia diretto alcune cose buone, altre francamente brutte, qualche sciocchezza di troppo, più di una perla. Del resto è normale: è capitato a tutti quei registi che, nell’arco di una carriera in questo caso quarantennale, hanno avuto il privilegio, la fortuna, le occasioni di realizzare oltre sessanta film tra cinema e televisione. Vanzina è stato forse l’ultimo esponente di quella tradizione che intendeva il cinema anzitutto come mestiere. Più che “buona la prova” – perfida espressione per sottolineare l’approssimazione della messinscena – si tratta della lucidità pragmatica di portare a casa il risultato, nel senso di presidiare la sala cinematografica col prodotto in quel momento più adeguato alle esigenze del pubblico (instant movie, diciamo).

E allo stesso tempo nella parabola di Vanzina – anche se sarebbe più giusto dire dei Vanzina, essendo il binomio familiare inscindibile in termini professionali – possiamo leggere la storia del pubblico italiano, la sua progressiva disaffezione alla sala, la scelta della televisione come mezzo privilegiato per la fruizione di film del passato, del presente come del futuro. E possiamo leggervi anche il graduale scollamento da un sogno effimero, coincidente con la stagione d’oro del babbo Steno, maestro minore cosciente di esserlo: quella del cinema come specchio della società, che intercetta tendenze, ossessioni, manie, non-detti di un popolo dentro un meccanismo narrativo volto a svelarne ipocrisie e turbamenti.

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I necrologi di queste ore ribadiscono spesso l’impossibilità di capire almeno i decenni degli Ottanta e dei Novanta facendo a meno dell’opera vanziniana. Non che sia un merito, perché i film sono sì oggetti culturali e prodotti industriali ma anche atti artistici e creativi; e per essere davvero emblematici e rivelatori occorre che laddove finisce l’efficacia sociologica debba in qualche modo iniziare un’incisività che prescinda l’esperienza antropologica. La commedia all’italiana, insomma, era questa roba qui. Tuttavia è indiscutibile quanto lo sguardo dei Vanzina abbia colto quel sistema di segni in grado di definire limiti e confini di un’epoca post-ideologica e perfino post-cinematografica.

Come Castellano e Pipolo o Sergio Corbucci, anche in Vanzina hanno fatto le “doppie versioni” tipiche della tv commerciale, pensiamo alle ore e mezza cinematografiche di Eccezzziunale… veramente o Via Montenapoleone che hanno versione televisive dalla durate raddoppiate. È un dato che spiega bene il campo in cui operano questi figli d’arte cresciuti in un ambiente irripetibile come irripetibili sono le esperienze dei padri, costretti a smarcarsi quotidianamente dai fantasmi per poter rivendicare la propria porzione di mondo. Supremi cinefili, i Vanzina non ne hanno mai fatto né mistero né sfoggio.

Al netto delle loro dichiarazioni un po’ naif, hanno sempre saputo di muoversi in un cinema nel quale i riferimenti alla screwball, ai generi, alla commedia dei padri dovevano essere talmente introiettati da risultare trasparenti, per potersi armonizzare con la necessità di raccontare il presente, le sue mode, i suoi tic, le sue hit, le sua allusioni alla cronaca. Forse i loro film sono invecchiati, forse solo il culto dello stracult ha garantito ad alcuni di questi una statura che – bontà loro – è spesso un po’ sopravvalutata. Eppure sono abbastanza grande per ricordare quanto la guerra alle vanzinate fosse una delle ultime bandiere di una battaglia culturale di retroguardia, incapace di non polarizzarsi in uno scontro nel quale ad uscire sconfitto è sempre stato il buonsenso critico.

Personalmente credo che la simpatia nei loro confronti abbia garantito, specie negli ultimi anni, un’attenzione innegabile, che procedeva di pari passo con il disinteresse da parte del pubblico. Difficile che un loro film non arrivasse al milione di euro, soglia ormai inaccessibile a molti italiani. Difficile che altri registi potessero garantire due film l’anno in tempi in cui passano bienni o trienni tra due lavori. Lavoravano con tutti, Rai e Medusa in alternanza, in tempi record, con la leggerezza spesso scambiata per superficialità, l’agilità di chi ha in mente un altro film da fare qualche mese dopo. Molti hanno scritto in queste ore (segnalo almeno questo), molto ho scritto io per mettere un po’ di pensieri in ordine. In attesa di studi più concreti – compreso l’atteso Inland su di loro – scelgo dieci film dell’universo vanziniano per omaggiare questo consapevole maestro minore.

 

  1. Sapore di mare (1983)

Indiscutibilmente il capolavoro. Tutto racchiuso nei minuti finali, che mette tutti i personaggi di una tipica estate degli anni Sessanta (gli anacronismi musicali e di costume come segno di un anno che non esiste se non come stagione pre-sessantottina, El Dorado giovanile che svela l’accogliente noia dei figli dei Sordi, Gassman, Tognazzi…) in un presente d’inesorabile malinconia. Raccordare nostalgia e rimpianto, Virna Lisi che ricorda quanto ci batteva il cuore, ammiccare alle lacrima attraverso carrellate e zoom spudorati, Cocciante che canta languido mentre Jerry Calà e Marina Suma pensano a ciò che sarebbe potuto essere e mai sarà. Con un non-sequel sbagliato ma interessante: Sapore di te (2014). Con un altro non-sequel nel cuore della questione: Un matrimonio da favola (2014), uno dei loro apici meno celebrati.

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  1. Il pranzo della domenica (2003)

L’altra pietra miliare di una carriera votata al racconto della borghesia. Checché se ne dica, i Vanzina sono stati i migliori a saper raccontare la borghesia romana, tanto il cosiddetto generone quanto i morigerati nuclei pariolini, per la semplice ragione che sanno benissimo di cosa parlano. E anche perché parlavano di loro stessi. La loro borghesia è il baluardo di un mondo che svanisce, fatto di riti anacronistici ed ipocrisie diffuse. Con l’affetto e il cinismo romani incanalati nei feticci Massimo Ghini (Franco Fabrizi sponda capitolina) e Maurizio Mattioli (versante Aldo Fabrizi), sotto l’egida della monumentale Giovanna Ralli.

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  1. Vacanze di Natale (1983)

Altroché fondazione del cinepanettone, genere che hanno in verità frequentato di rado e principalmente da sceneggiatori. Trattasi altresì di aggiornamento del film vacanziero anni Cinquanta, neve bianca e belle donne, Alberto Sordi sugli sci e le musiche del momento. E inoltre versione invernale di Sapore di mare. Certo, la borghesia: ma forse il meglio l’hanno dato nel racconto degli arricchiti di ieri oggi domani. E Riccardo Garrone alle prese col rampollo degenere De Sica («Papà, a te t’ha fregato il benessere. Tu facevi il capo mastro! Invece oggi c’hai i soldi e te scandalizzi. M’hai mandato in America, a New York! Tsz, noi semo de Frascati! A papà, e piantala… e poi, mamma gioca a Gin al circolo Canottieri e se veste da Versace? Tu metti l’orologio al polso come Gianni Agnelli? E io vado a letto co Leonardo Zartolin, perché nse po’?»). E anche questo Natale se lo semo levato dalle palle.

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  1. Via Montenapoleone (1987)

Dopo l’iconico Yuppies – I giovani di successo (1986) e prima del romanissimo Le finte bionde (1989), il più emblematico film italiano del decennio craxiano. Imprescindibile per capire la Milano da bere decadente (c’è Valentina Cortese a rivelarcelo teatralmente come un fantasma), cocainomane (grande non-detto di questo cinema fatto di rampanti trentenni che non dormono mai, e se lo fanno si svegliano all’improvviso con una donna rimorchiata la notte), pubblicitaria (il lavoro privilegiato ma anche l’universo di senso nel quale si muovono: una città che è un cartellone da osservare sulla superficie dello slogan). Sotto la patina del glamour, una disperazione tangibile e spudorata che annuncia la fuga soap-operistica di Miliardi (1991).

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  1. S.P.Q.R. 2000 e ½ anni fa (1994)

Più che preveggenti, i Vanzina sono veloci. E paraculi. Anticipando A spasso nel tempo (1996), una scampagnata nel passato capitolino dove tutto è immutabile rispetto al presente. Non c’è l’acume e il sapore di Luigi Magni, ma il concetto è lo stesso: che siano mille o duemila anni fa, Roma è quella che è, orgogliosamente irriformabile, straordinariamente cialtrona, ruffiana e populista, screanzata e caciarona. Rubare come atto insito all’italiano, l’inganno portato a pratica professionale, con la titanica ambizione di fregare il potente per il gusto di vederlo cadere, succhiarne il potere, prenderne il posto e dimenticare che qualcun altro potrà fregarti: praticamente Loro 1. Zenit dell’osceno: «Iside famme ‘na pompa!».

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  1. Tre colonne in cronaca (1990)

Raro flop. Tenacemente voluto, cercato. Forse perfino ambito. La cartina di tornasole di un’ambizione extracomica. Tra il poliziottesco inaugurato da papà Steno, il brillante giallo all’italiana rinfocolato da Comencini, spruzzate di cinema civile tra Rosi e Petri ma con le concessioni al genere di Damiani. Adattamento all stars di un romanzo dei coniugi Augias (!), operazione spericolata che solo un folle metodico come Gian Maria Volonté (aka Eugenio Scalfari) poteva accettare. Respinto dai vanziniani che volevano ridere, schifato dagli ammiratori sdegnati del divo. Ci voleva coraggio, ci volevo lo stomaco, ci voleva la spudoratezza. Eppure è godibile anche nei suoi limiti evidenti. Con un finale pazzesco.

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  1. Il cielo in una stanza (1999)

Ancora Gino Paoli. Autobiografia in purezza, alla fine del millennio. Lo rifaranno in Torno indietro e cambio vita (2015), costeggiando il bisogno di fantasy da instillare nel presente per ritrovare il passato perduto. Oltre Sapore di mare, la tentazione che il tempo non esista se non come inghippo nei desideri di chi non dimentica la giovinezza. A scuola in giacca e cravatta, la puttana come iniziazione al sesso, la casa al Terminillo dei genitori benpensanti (ma il babbo sogna con le gambe delle Kessler), la Svezia e soprattutto le svedesi, i capelli dei Beatles, in Vespa contro il bullismo. La nostalgia come vizio supremo del borghese romano, che è diventato il matusa (ebbene sì) incapace di dialogare col figlio se non con gli strumenti del passato.

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  1. Le barzellette (2004)

Più che un film un inconsapevole canale di You Tube. C’è un filo tra le storielle ma è talmente inutile da essere ingombrante. Vogliamo gli sketch triviali, gli episodi spudoratamente facili, i frammenti da godere sulla tazza del cesso, cinque minuti al massimo per ridere senza vergogna. Barzellette vecchie, risapute, magari nemmeno troppo divertenti. Ma va bene tutto, perché c’è Gigi Proietti, inarrivabile corpo comico di questo cinema ecletticamente schizofrenico: Febbre da cavallo 2 (2002), il travolgente sketch de La signora delle camelie in Un’estate al mare (2008), il desolato La vita è una cosa meravigliosa (2010).

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  1. Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata (2011)

Se nonostante tutto continuo a pensare che Sotto il vestito niente (1985) sia essenzialmente una scemenza, ho quasi l’istinto di ripensare il suo non-sequel, così fuori tempo massimo e lontano da ciò che racconta, nonché gran flop. Eppure, malgrado la cagnesca recitazione, confezionato con una perizia imprevedibile, con Pino Donaggio e Raimondo Crociani, un oggetto pressoché unico e persino inclassificabile che scalfisce i corpi del glamour per farne carne da macello, sancisce la fine di un genere gloriosamente off (il giallo all’italiana: ci hanno messo mano anche nel raffinato Mystere e nel discutibile Squillo) in un tripudio di morbosità e violenze, anche-i-ricchi-piangono, squallida polvere sotto il costosissimo tappeto.

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  1. Caccia al tesoro (2017)

Ultimo film della coppia, quasi un manifesto del loro cinema che fa giri immensi e poi ritorna alla base. Nel solco del “film di truffa” come I mitici – Colpo gobbo a Milano (1995), In questo mondo di ladri (2004) e il penultimo Non si ruba a casa dei ladri (2016), uno scombiccherato cripto-remake di Operazione San Gennaro del loro amato Dino Risi ai tempi della crisi economica, morale, cinematografica. Assolutamente privo di contatti reali con una realtà ai fratelli non di rado indecifrabile e proprio per questo dentro le viscere di una disperazione interiore comprensibile con gli strumenti della farsa (non a caso c’è Vincenzo Salemme, grande maschera napoletana della fame dopo l’abbuffata).

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