Venezia Story – 1 | L’uomo del Sud | Jean Renoir (1945)

Risultati immagini per the southerner film 1945Il primo film a vincere il Leone d’Oro non fu il primo film a vincere il massimo riconoscimento della Mostra del Cinema di Venezia. Anzi, a voler essere davvero precisi, formalmente il primo premio del concorso non era ancora il Leone d’Oro; ma il fatto che non si chiamasse più Coppa Mussolini segna comunque una cesura fondamentale, così come l’eliminazione del doppio alloro per il film straniero e quello italiano.

In realtà, sotto mentite spoglie, il riconoscimento al film italiano sarebbe stata una costante delle edizioni del dopoguerra, seguendo un protezionismo condivisibile nella misura in cui si celebrava un cinema dai valori antifascisti e liberali. Ad ogni modo, il 1946 è l’anno in cui la manifestazione riprese dopo quattro anni di guerra e decadde il premio intitolato al Duce, in favore di un più generico “segnalazione della commissione dei giornalisti”.

L’annata è piena di pellicole proveniente da pochi paesi (Stati Uniti, Italia, Francia, Regno Unito, Svizzera, Unione Sovietica) e nell’abbondante selezione se ne possono trovare alcune prodotte durante il regime e fino ad allora precluse al pubblico italiano: i film sovietici, compreso il classico Ciapaiev (’34), i bestseller americani Emilio Zola (’37) Sangue e arena (’41), Bambi (’42) e Torna a casa, Lassie! (’43), la fantasmagoria Il ladro di Bagdad (‘40) direttamente dall’ex perfida Albione.

Una festa del cinema unica al mondo, certo, ma anche un’occasione per esporre i lavori più importanti degli ultimi due o tre anni, su tutti Amanti perduti, Il ritratto di Dorian Gray, Enrico V e soprattutto Paisà, che guidava una squadra italiana composta dal film finanziato dai partigiani Il sole sorge ancora, il ricordo delle vicende belliche in Montecassino e Pian delle stelle e il letterario Eugenia Grandet.

A vincere il festival fu però L’uomo del Sud di Jean Renoir, quarta esperienza americana del maestro francese, generalmente considerato l’esito migliore del suo soggiorno negli States. Storia di un’umile famiglia di coltivatori che supera le ostilità dei vicini in seguito ad una devastante tempesta, è il film con cui Renoir riesce al meglio ad accordare il proprio stile all’humus della nuova terra.

Senza mai dimenticare che il regista arrivò in America dopo una serie di capolavori (sembra esagerato detto così: ma trovate voi una parola migliore per definire un filotto fatto da Una gita in campagna, Verso la vita, La grande illusione, La Marsigliese, L’angelo del male, La regola del gioco), ci troviamo al cospetto di un regista che rinegozia il proprio sguardo secondo la misura della terra, riallacciandosi agli umori di Toni ma con una nuova consapevolezza.

Assistito in sede di sceneggiatura da William Faulkner, Renoir individua nel rapporto tra uomo e natura il luogo di un conflitto nel quale il ruolo trascendentale del divino assume una posizione decisiva nel mettere alla prova l’essere umano. In questo senso è davvero un cinema umanista che ripone un’inesauribile fiducia nei confronti delle capacità dell’uomo di resistere alle avversità, sopravvivere alle disgrazie, ricominciare a partire dalla solidarietà.

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Non può applicare qui i principi solidali che caratterizzavano la sua opera francese prebellica: e, infatti, adotta un approccio legato alla coscienza della solitudine contro la minaccia, dell’impotenza di fronte al volere divino: lo stile si fa dunque meno realista di quanto il contesto possa far pensare, mediante scelte antinaturalistiche che pongono i personaggi al centro di un palcoscenico dove la realtà è un teorema da dimostrare secondo la precisione di un testo molto fedele alla propria laicità.

A suo modo ha una complementarità non oppositiva con John Ford, col quale condivide tuttavia un certo gusto nel disegnare personaggi ora ieratici e esemplari (il padre di famiglia Zachary Scott in un curioso anti-casting, essendo noto per le parti da gangster) ora sul confine dell’eccentricità ma strenuamente attaccati alla terra la nonna Beulah Bondi). Ma, certo, cresce nelle radici del grande romanzo americano: è tratto da un romanzo di George Sessions Perry, ma non è lontano da Furore di John Steinbeck e poi Ford.

L’UOMO DEL SUD (THE SOUTHERNER, U.S.A., 1945) di Jean Renoir, con Zachary Scott, Betty Field, J. Carrol Naisch, Beulah Bondi, Percy Kilbride. Drammatico. *** ½

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