Venezia Story – 2 | I racconti della luna pallida d’agosto | Kenji Mizoguchi (1953)

Nel 1953, una giuria completamente maschile, composta da scrittori, giornalisti, critici secondo una sapiente lottizzazione e presieduta nientemeno che da Eugenio Montale (una tendenza, quella di coinvolgere personalità esterne al cinema per la presidenza, tramontata con gli anni: ma ricordiamo che a Venezia tra il 1965 e il ‘68 furono chiamati Carlo Bo, Giorgio Bassani, Alberto Moravia e Guido Piovene per poi nell’81 arruolare Italo Calvino, mentre Cannes ’82 rispose con Giorgio Strehler e l’anno dopo con William Styron), non assegnò il Leone d’Oro.

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Può sembrare assurdo, ma secondo la giuria nessun film meritava il massimo premio della manifestazione. Esagerata severità critica? Eccesso di buonismo (perdonate il termine ormai abusato malamente)? Mancanza di un accordo tra i giurati? Sintomo della stagione democristiana? O forse davvero nessun film meritava l’alloro più ambito?

La cosa curiosa di Venezia ’53 è che malgrado il mancato Oro, il Leone fu assegnato a ben dieci film, sei d’Argento e quattro di Bronzo. E, a guardare bene i titoli, emerge chiaramente la volontà di accontentare il maggior numero possibile di cinematografie, attraverso un calcolo attento a sottolineare quella emergente, quella commerciale, quella terzomondista, quella nazionale, quella d’autore…

Ebbene, se il terzo premio fu spartito tra l’americano Mano pericolosa, lo spagnolo La guerra di Dio, il franco-messicano Gli orgogliosi, il brasiliano Sinha Moca, la dea bianca, è la sestina di titoli piazzati sul secondo gradino del podio a rappresentare un clamoroso equilibrio territoriale, politico, diplomatico e – vivaddio – artistico: il francese Teresa Raquin, l’italiano I vitelloni, gli americani Moulin Rouge (il mainstream) e Il piccolo fuggitivo (la piccola scoperta), il sovietico Sadko e il giapponese I racconti della luna pallida d’agosto.

Per quanto ognuno abbia potuto godere di un premio prestigioso da reclamare in locandina, è il film di Kenji Mizoguchi che ci interessa ora, perché tra i sei è quello che ha goduto della maggior fortuna dopo il passaggio veneziano, diventando peraltro uno dei preferiti di Martin Scorsese, che ha provveduto a restaurarlo con la sua Film Fondation.

Nel lustro dominato dal trionfo internazionale di Akira Kurosawa e dai meravigliosi lavori di Yasujiro Ozu, Kenji Mizoguchi si afferma non solo come tra i massimi registi della sua nazione, ma anche tra i più rispettati fuori dal Giappone: proprio a Venezia aveva portato appena l’anno prima grazie a Vita di O-Haru, donna galante, nel ’54 sfiorò ancora l’oro con L’intendente Sanshô e nel biennio successivo si riaffacciò al concorso con L’imperatrice Yang Kwei-fei e La strada della vergogna.

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Perché I racconti della luna pallida d’agosto continua ad affascinare a distanza di oltre sessant’anni? Come molto cinema giapponese di quell’epoca, la tessitura tra passato e presente avviene attraverso il recupero di una dimensione fantastica, misuratasi entro i confini della leggenda da trasmettere per via orale come i racconti della tradizione i cui messaggi travalicano le epoche per riconfigurarsi continuamente.

Qui siamo nel Giappone imperiale del XVI secolo e seguiamo i percorsi di un vasaio e un contadino che hanno abbandonato le rispettive famiglie per trovar fortuna altrove. Il primo, sedotto da un’ambigua principessa, scopre, al ritorno a casa, che la moglie è morta. Il secondo, aspirante samurai, deve fare i conti con la propria viltà e, al ritorno a casa, scopre che la moglie è diventata prostituta.

Due storie speculari che si intrecciano dentro una fantasia perversa sulle conseguenze della guerra, sull’ambizione e sulla superbia, dopo un’ora apparentemente impenetrabile – che costituisce in realtà la chiave di comprensione dell’intera narrazione, nascondendo sotto un tripudio di splendide immagini gli annunci funesti dell’incombente doppia tragedia – esplode in tutta la sua razionale follia come uno spietato racconto morale.

Cinema profondamente etico, non tradizionale nel senso folkloristico ma intimamente legato ad un ripensamento consapevole e fedele dell’iconografia e del sistema di pensiero della cultura giapponese, è una parabola inafferrabile, commovente e mortalmente seducente che mette in contatto con un apparato sovrannaturale fatto di spiriti, spettri, immagini che rapiscono in un turbinio di sensazioni perturbanti.

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Ma forse ciò che davvero rende il film così ipnotico la sua durata, rapida e concisa perfino irrituale per il regista, che consente di determinare la drammatica allegoria teatrale di un’angoscia fondata sul conflitto tra arte e vita, sull’incapacità di conciliare le due dimensioni se non sull’orlo di un baratro in cui cadere sopraffatto dal proprio fallimento.

I RACCONTI DELLA LUNA PALLIDA D’AGOSTO (UGETSU MONOGATARI, Giappone, 1953) di Kenji Mizoguchi, con Masayuki Mori, Machiko Kyô, Kinuyo Tanaka, Eitarô Ozawa. Drammatico. *****

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