Venezia Story – 3 | Le mani sulla città | Francesco Rosi (1963)

Oggi le polemiche veneziane restano sostanzialmente confinate in laguna. Nonostante i commentatori della Mostra siano aumentati anche grazie alla crescita degli spettatori cinefili o critici, la discussione sui film – o su quel che gira attorno – non riesce quasi mai ad interessare l’opinione pubblica. L’unico vero dibattito trasversale è di sapore campanilista ed ombelicale e verte sui premi raccolti dal cinema italiano.

Appena mezzo secolo fa la Mostra di Venezia era terreno di scontro infuocato. Basti ricordare le bagarre generata dai mancati Leoni a Luchino Visconti, da Giulietta e Romeo che sovrasta Senso nel 1954 fino all’apice raggiunto nel ’60 quando a Rocco e i suoi fratelli fu preferito Il passaggio del Reno. Ma teniamo conto anche dell’ex aequo italiano del ’59 con la doppietta formata da La grande guerra e Il generale Della Rovere che apre una serie di indiscutibili Leoni italiani.

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Nella stagione di gloria del nostro cinema, tra il ’61 e il ’67 Venezia premiò Cronaca familiare (assieme a L’infanzia di Ivan), Deserto rosso, Vaghe stelle dell’Orsa… (per risarcire Visconti), La battaglia di Algeri, con le doverose parentesi francesi di L’anno scorso a Marienbad e Bella di giorno. Riconoscimenti intoccabili, come d’altronde ci appare oggi il Leone d’Oro del ’63.

Eppure l’annuncio del premio a Le mani sulla città fu accolto dal gelo in sala. Questioni artistiche? Dopotutto in concorso c’erano Fuoco fatuo, Introduzione alla vita (entrambi Leone d’Argento), Anatomia di un rapimento, Il servo, Muriel, il tempo del ritorno, Tom Jones, Billy il bugiardo, Hud il selvaggio. E Francesco Rosi veniva dall’epocale Salvatore Giuliano, Orso d’Argento a Berlino l’anno prima.

No, nessuna questione artistica: il film era semplicemente scomodo e toccava i nervi tesi del potere. Pare di sentirli, i brav’uomini della classe dirigente del Paese: davvero, negli anni floridi del boom economico, mentre il mondo ammira la nostra rinascita, dobbiamo premiare un film che mette in scena la corruzione politica, la speculazione edilizia, il malaffare a tutti i livelli?

Per fortuna queste polemiche non intaccarono il giudizio sul film, che fu subito riconosciuto quale capolavoro capace di penetrare la realtà con ferocia e lucidità. Sulla scia dei precedenti lavori, Rosi continua a ripensare il cinema civile, attraverso una sapiente commistione tra l’inchiesta giornalistica fondata sulla documentazione sul campo e l’incedere di una narrazione appassionata e coinvolgente secondo i codici del grande spettacolo d’autore.

Ciò che si omette spesso di dire riguardo Le mani sulla città è che tra gli sceneggiatori compare Raffaele La Capria. Amico storico di Rosi, vincitore due anni prima del Premio Strega per Ferito a morte, lo scrittore annuncia proprio in un capitolo del suo insuperabile capolavoro letterario i presupposti del film, mettendo davanti agli occhi del protagonista, tornato a Napoli dopo sei anni, il disastro edilizio e morale perpetrato nel totale spregio di leggi e piani regolatori.

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Si parla della “Foresta Vergine” napoletana stuprata da palazzi abusivi che la rendono un giungla, si presagisce la sommersione della città (e della sua cultura) nel cemento, viene sottolineata la connivenza della borghesia cittadina incapace di capire lo sfregio e che decanta i cambiamenti urbanistici ed infrastrutturali: Napoli è diventa «proprietà privata di appaltatori, esportatori e armatori» e nei tre termini c’è il profilo di una sola persona, il mitologico sindaco Achille Lauro, un «fenomeno di infantilismo politico e di malformazione civica», di «umori qualunquistici e conservatori che per decenni hanno reso opaca la vita della città».

Nel romanzo la rottura dell’armonia in quei napoletani consapevoli che una speculazione del genere implichi non solo una trasformazione geografica ma anche la decadenza etica ed estetica della città si manifesta nel rabbioso sguardo di un non-integrato alla ricerca di uno sprazzo di bellezza altrove, nel film la dimensione saggistica di Ferito a morte si esalta e si espande a partire dal confronto con Rosi, il giornalista Enzo Forcella e Enzo Provenzale, già con Rosi ne La sfida e Salvatore Giuliano.

Le mani sulla città racconta la vicenda di Nottola, un costruttore e consigliere comunale di destra, che prospera nel sacco edilizio della città grazie ad una fitta rete di rapporti con la politica, l’amministrazione dello Stato, la stampa, la Chiesa. Quando un suo cantiere provoca il crollo di un vecchio edificio ancora abitato, ferendo molte persone, l’opposizione insorge e chiede una commissione d’inchiesta per inchiodare Nottola.

Nella tessitura tra realtà e finzione, Rosi affida a veri esponenti di sinistra i ruoli degli avversari politici di Nottola, a sua volta interpretato da un attore americano, Rod Steiger, la cui specializzazione in personaggi laidi si unisce al suo naturale senso di estraneità rispetto al contesto partenopeo. Anche questo strano incontro tra la recitazione del Metodo e scelte post-neorealiste permette al film di sintetizzare intelligentemente le istanze dello spettacolo e quelle della denuncia.

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Ma la questione è certo più complessa di una comunque brillante operazione di casting: in continuità col precedente film, Rosi svela la macchina del potere anticipando la questione morale e mette a nudo la figura dell’operoso italiano del Boom che crea lavoro e genera fortuna rivelandone il cinismo, l’opportunismo, il pelo sullo stomaco.

La capacità del regista di raccontare Napoli e le sue contraddizioni conserva tutta la strenua tensione dell’intellettuale che, con dolore ma non disperazione, rivendica la propria diversità rispetto ai cliché del lassismo e ai concittadini coinvolti nel disastro etico ed immobiliare. Dopo La sfida e prima di Lucky Luciano, più legati al discorso della pervasività camorristica, qui il bersaglio è tanto più rischioso quanto solo a prima vista associabile al solo Nottola: le mani sulla città sono molte e di molti, e la città è solo incidentalmente Napoli, facendosi simbolo di tutte le metropoli stuprate.

LE MANI SULLA CITTÀ (Italia, 1963) di Francesco Rosi, con Rod Steiger, Salvo Randone, Guido Alberti, Angelo D’Alessandro, Carlo Fermariello. Drammatico. ****

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