Venezia Story – 5 | America oggi | Robert Altman (1993)

Giunta alla sua cinquantesima edizione, la Mostra di Venezia, diretta da Gillo Pontecorvo, forse stava bene, magari non benissimo, oppure fingeva di stare bene. Secondo Sandro Zambetti di Cineforum, il curatore «si è meritato giudizi favorevoli e comprensivi […] per la tenacia con cui si è battuto e ha lavorato per dare dignitosamente corpo alle sue convinzioni», ovvero una «Mostra del prestigio internazionale definitivamente riconquistato» e «della riconciliazione con il “grande” pubblico».

Al contempo «dalla stampa di lingua anglosassone sono venuti i giudizi più feroci», fondati sull’idea che «le stesse cose si possono vedere a Montreal, in un quadro lontano anni luce, quanto a perfezione organizzativa». La severità del giudizio da parte della critica italiana riguarda soprattutto il fragile e ridicolo equilibrio tra prodotti spettacolari e cinema d’arte, presenze italiane più o meno raccomandate e approccio ombelicale.

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E i film in gara? Niente male, nonostante i sbeffeggiati Spara che ti passa e La prossima volta il fuoco e L’età dell’innocenza lasciato fuori concorso: ecco Occhi di serpente, Ahimè!, Cowgirl, Bad Boy Bubby. Presieduta da Peter Weir, la giuria (composta, tra gli altri, anche da James Ivory, Giuseppe Tornatore, Chen Kaige e Carla Gravina) designò un Leone d’Oro ad ex aequo: una scelta molto rondiana (nel senso di Gian Luigi, gran maestro del cinema di Stato democristiano), ma che appare addirittura lungimirante.

Chi scegliere tra il Krzysztof Kieslowski di Tre colori – Film blu (anche Coppa Volpi a Juliette Binoche) e il Robert Altman di America oggi (anche Coppa Volpi speciale al miglior cast)? Come biasimarli, questi giurati. Specie di fronte al regista americano, risorto appena l’anno prima con il drastico sberleffo hollywoodiano de I protagonisti e di lì in poi in una cavalcata decennale verso il termine della notte, Radio America, altra corale d’anime inquiete.

Malgrado il titolo italiano richiami l’ambizione di un affresco corale che incrocia l’idea della cronaca quotidiana, quello originale afferisce ad una dimensione più frammentaria, minimalista, il progetto di un’antologia che sottintende il popolo evocato: dentro Short Cuts ci sono gli squarci nel cielo di carta infestato di elicotteri minacciosi ed utili, nella bandiera senza stelle che sventola sulle macerie di una comunità incapace di collettività.

Composto da dieci storie, tratte da nove racconti brevi e una poesia di Raymond Carver, il film dilata il concetto di short stories, caro allo scrittore americano, in una narrazione spersa lungo tre ore, che s’incontra al crocevia della tendenza rapsodica di Altman nel comporre un quadro pessimista quanto lucido, secco per non dire essenziale (nonostante le tre ore) laddove annulla la pretesa sociologica per escogitare nuovi modelli di metafora.

O, per meglio dire, frammenti di un’allegoria. L’America, cioè Los Angeles, come teatro di un privato messo in scena nella sua quotidianità toccata dalla minaccia della catastrofe, epitome massima della morte quale spettro seduto accanto ai personaggi. Simbolo di una tragedia sommessa e sommersa, calata dell’horror vacui di dolori inesprimibili oppure in rotta di collisione con vite non all’altezza dei sogni d’un tempo, forse mai del tutto espressi.

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Insomma, un capolavoro fondamentale, non solo per il complesso cinema americano degli anni novanta ma per quello che viene dopo, con la sua radicale reinvenzione della struttura solo formalmente assimilabile a quella dell’epocale Nashville, probabilmente più perturbante – e simbolista – per essere davvero recepito in tutte le sue sottili tensioni verso l’inesprimibile dramma, configurato dal cadavere di una ragazza senza nome.

Per la sua natura di compendio oscuro, si fa ricordare proprio perché ognuno può trovarvi la chiave più idonea per entrarci. C’è chi resterà appigliato all’amo dei pescatori e c’è chi rimarrà turbato dal compleanno del bambino, c’è chi sarà toccato dal ritorno del padre in ospedale e c’è chi sorriderà disincanto di fronte alle telefonate erotiche. Cast enorme, immensi Jack Lemmon, Lily Tomlin, Julianne Moore, Anne Archer, Tim Robbins… ma lo sono tutti, in realtà.

AMERICA OGGI (SHORT CUTS, U.S.A., 1993) di Robert Altman, con Andie MacDowell, Bruce Davison, Jack Lemmon, Julianne Moore, Matthew Modine, Tim Robbins, Madeleine Stowe, Anne Archer, Fred Ward, Jennifer Jason Leigh, Chris Penn, Lili Taylor, Robert Downey Jr., Tom Waits, Lily Tomlin, Frances McDormand, Peter Gallagher, Annie Ross, Lori Singer, Lyle Lovett, Buck Henry, Huey Lewis. Drammatico. *****

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