Italia ’50s – 7 | Nel gorgo del peccato | Vittorio Cottafavi (1954)

Nella lista dei 100 film italiani da salvare, stilata da un pool di critici, storici ed esperti cinematografici una decina di anni fa, tra nomi noti e capolavori indiscussi si staglia anche Una donna libera di Vittorio Cottafavi, probabilmente uno dei titoli meno visti e celebrati della selezione. Si tratta dell’unica segnalazione per il regista emiliano, che da par suo ormai gode di un solido seguito critico dopo decenni di pigrizia.

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Autore orgogliosamente popolare quanto rigoroso nella messinscena, tra i primi a frequentare il mezzo televisivo senza snobismi ma con un vivo interesse per il progresso tecnologico, Cottafavi ha incontrato il favore e l’apprezzamento della critica francese, affascinata dal suo prezioso equilibrio tra ultimi riflussi neorealisti ed afflati melodrammatici che niente hanno da invidiare a certi women’s film americani o all’introspezione degli omologhi d’oltralpe.

Come Una donna libera, l’ancor più trascurato Nel gorgo del peccato rappresenta una vera e propria versione italiana proprio del women’s film e, nel panorama nostrano, sembra incedere nel solco femminile tanto di Antonio Pietrangeli (esordiente appena l’anno prima con Il sole negli occhi) e Claudio Gora (Febbre di vivere e Il cielo è rosso) quanto di Michelangelo Antonioni, i cui primi lavori sono più che mai immolati alle donne.

È una fenditura, quella del femminile, in cui Cottafavi s’inserisce con autonomia e sensibilità, pur senza dimenticare uno sguardo implacabile che nulla ha a che fare con il sentimentalismo verso gli angeli del focolare né con l’avversione puritana nei confronti delle femme fatale, sebbene il film si fondi sul confronto del tutto impari tra una povera madre sempre in attesa e la lasciva ed ambigua amante di suo figlio.

No, niente fotoromanzo, malgrado tutto – compresa la rigida e spietata struttura narrativa – ne riveli la natura insita: tornato al nido dopo anni di lontananza, Alberto (Fausto Tozzi con la voce di Gualtiero De Angelis, corpo decisivo del cinema italiano degli anni cinquanta, scoperto dall’innamorato Renato Castellani e poi abitante di avventure e film storici) viene coinvolto dall’ex amante della sua donna in un traffico di droga, e cerca di tenere nascosta ogni cosa alla madre.

Purgato dalla censura democristiana turbata dal torbido intreccio, Nel gorgo del peccato vive della perversione della Germaine di Margot Hielscher, tagliata dalle luci ombrose di Augusto Tiezzi che ne esalta la cupa ambiguità e doppiata da Lydia Simoneschi con tutta la carica erotica di cui era in grado il birignao oscuro della sua voce che veniva da lontano, dalle evocazioni hollywoodiane delle dark lady.

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In realtà fellinescamente tutti gli attori sono doppiati, compresa l’immacolata Elisa Cegani, a sua volta rischiarata da un fulgore chiaramente allusivo del destino che spetta al suo personaggio votato al sacrificio, a cui presta la voce Rina Morelli, sottolineandone la tremebonda tensione nel non voler accettare la verità e proseguire comunque secondo il principio della speranza. Perfino Franco Fabrizi ha la voce di Pino Locchi: fa specie, considerando il suo irresistibile viscidume anche vocale.

Grande la sintonia tra Cottafavi e lo scenografo Ottavio Scotti: è un film (molto in interni) quasi impensabile senza la casa modesta, calorosa ma angosciosa che si fa teatro di una tragedia montante, e che inoltre attraversa il losco squallore morale degli alberghi dove stanziano criminali ripuliti in ascesa economica e trova nella pompa di benzina e nella concessionaria gli elementi scenografici di un’epoca rivolta alla modernità, al riscatto dalla miseria proiettandosi nell’empireo turpe della malvivenza. Quanta suprema eleganza, quanta incredibile modernità.

NEL GORGO DEL PECCATO (Italia, 1954) di Vittorio Cottafavi, con Elisa Cegani, Fausto Tozzi, Margot Hielscher, Franco Fabrizi, Guido Martufi, Giulio Calì. Mélo. ***

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