Venezia Story – 6 | The Wrestler | Darren Aronofsky (2008)

Benché non sia il primo merito che viene in mente quando si parla di quella stagione così legata alla scoperta di nuove cinematografie, al ripensamento del cinema di genere e all’affermazione della produzione orientale, è sotto la direzione di Marco Muller che Venezia comincia a ritessere un rapporto complesso e non banale con il cinema americano, tanto da poter vantare oggi il primato su Cannes per quanto concerne il trampolino verso gli Oscar.

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Ovviamente la questione lascia il tempo che trova anche per l’insita limitatezza del discorso, ma è indubbio che il mercato americano ha ormai consolidato la propria attenzione nei confronti del festival europeo più incisivo nel determinare i vincitori delle più ambite statuette. Certo, un film come I segreti di Brokeback Mountain (Leone d’oro 2005) è problematicamente hollywoodiano: divi giovani che smitizzano i cowboy mettendone a nudo i sentimenti, vasti spazi ma attraverso lo sguardo di un regista asiatico…

E così The Wrestler, inaspettato Leone del 2008, a tutt’oggi il miglior esito – nonché sdoganamento presso il mainstream – di Darren Aronofsky, un regista probabilmente sopravvalutato tuttavia capace di scatenare polemiche spudorate e partigianerie d’altri tempi, tutt’altro che organico al sistema se non nella misura in cui s’impone quale sovvertitore, che a Venezia 2017 ha fatto rovinare amicizie per colpa di Madre!.

Come si evince dal titolo, il film è essenzialmente il suo protagonista; meglio: il suo attore. Non a caso Mickey Rourke ha sfiorato l’Oscar per questo ruolo più vicino all’autoritratto che all’autobiografia, lottatore devastato dal mondo e da se stesso, tumefatto e decaduto, dimenticato e tossico, con la vocazione al fallimento e all’autodistruzione eppure chiamato a cambiare stile di vita per poter continuare ad averne una.

Pur avendo raccolto molti altri premi di prestigio, Rourke – solo un pallido ricordo del sex symbol d’un tempo perduto, ingrassato e rovinato dalla chirurgia plastica – non vinse incredibilmente la Coppa Volpi. Con una decisione di rara spericolatezza, la giuria presieduta da Wim Wenders (con, tra gli altri, Johnnie To, John Landis, Valeria Golino e Lucrecia Martel) annunciò il Leone d’Oro al film e contestualmente all’attore.

Una scelta replicata da Nanni Moretti quando a Cannes 2012 assegnò la Palma d’Oro ad Amour e ai suoi interpreti, ma che nel caso veneziano è il sintomo del bisogno di premiare un italiano: il fortunato fu Silvio Orlando, comunque strepitoso ne Il papà di Giovanna. Chiaramente ci troviamo dentro un gioco di pesi e contrappesi e stiamo parlando di performance incomparabili, anche perché quella di Rourke è un’esperienza fuori dall’ordinario.

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Tenendo ben presente che il wrestling è una forma di spettacolo che mette in scena una lotta, The Wrestler è parimenti la teoria di una messinscena, l’esibizione quasi assimilabile ad un atto d’arte contemporanea di un corpo disgraziato che incarna un mondo allo sfacelo: il calvario di una bestia ferita a morte che porta sulle proprie spalle tanto imponenti quanto fragili il dolore di una solitudine che è come precipitare nel vuoto di una realtà inospitale, ostile, selvaggio.

La concessione dell’amore che mette alla prova il rimasuglio del cuore spappolato sotto la carne maciullata, la possibilità di poter incarnare il paterno rimosso dall’ego in una seconda occasione, la droga del pubblico come esplosione di un conflitto che trova impossibile equilibrio solo nell’atto della prestazione artistica: più che un film una corsa a perdifiato per evitare l’inevitabile, un the last hurrah dentro lo schifo della fat city, un trionfo del dolore rappreso in un iperrealismo spinto eppure controllato. E poi c’è Bruce Springsteen.

THE WRESTLER (U.S.A., 2008) di Darren Aronofsky, con Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Todd Barry, Wass Stevens, Mark Margolis, Ernest Miller. Drammatico. ***

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