Il lungo addio: Salvatore Cantalupo

Il cinema italiano dell’ultimo decennio deve qualcosa a Salvatore Cantalupo, scomparso per una malattia fulminante il 13 agosto in Sardegna, dove si trovava per un laboratorio teatrale. Gianfranco Gallo, un altro attore napoletano dalla presenza preziosa, ha raccontato che, dopo essere entrato in coma, si è risvegliato il giorno della prima e, venuto a sapere degli applausi ricevuti dal pubblico, ha detto che poteva morire felice.

Formatosi alla scuola di Antonio Neiwiller, scomparso anche lui anzitempo ormai venticinque anni fa, Cantalupo si è affermato in un contesto di eccellenze, tra Mario Martone (lavora con cui in Teatro di guerra, Noi credevamo e Il giovane favoloso) e Toni Servillo, senza mai occupare la prima fila, almeno al cinema. D’altronde è proprio come non protagonista che ha dato il meglio, specie se pensiamo al suo grande exploit in Gomorra.

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Abitante silente e modesto di uno dei frammenti che compongono il drammatico mosaico di Matteo Garrone, Pasquale, vittima dell’usura, insegna l’arte della sartoria ad una squadra di operai cinesi finché, scoperto dalla camorra, viene colpito quasi a morte. Con quella faccia prematuramente segnata dalla fatica del vivere, Cantalupo si presta perfettamente al martirio: ed è straziante il suo sguardo smarrito di fronte a Scarlett Johansson che indossa il suo abito ad un galà hollywoodiano.

Qua e là resta un po’ imprigionato in questo ruolo angosciato e rassegnato, complice la sua fisionomia così schiva ed arrendevole: valga per tutti Qualunquemente, dove è l’unico personaggio non ridotto a caricatura, rivale di Cetto destinato all’inevitabile sconfitta per eccesso di normalità, deuteragonista di un dibattito televisivo di rara crudeltà in cui tutti lo trattano a pesci in faccia e lui stoicamente cerca di resistere.

Eppure non si fa incasellare in uno stereotipo, anche grazie ad Alice Rohrwacher che intuisce il lato malsano della sua maschera perbene e lo esalta mettendone a nudo le contraddizioni: accade in Corpo celeste, in cui è Don Mario, carismatico prete tanto ambizioso quanto ambiguo, servile con i potenti e forte con i debole. Lascia il segno in Fortapàsc, Lo spazio bianco, Per amor vostro, La tenerezza, Le ultime cose (è il ricettatore). Perdiamo un grande attore, teatrante sublime, al cinema poco celebrato ma indelebile.

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