M. Butterfly | David Cronenberg (1993)

Immagine correlataProssimo destinatario del Leone d’Oro alla Carriera, David Cronenberg verrà celebrato a Venezia con la proiezione di uno dei suoi film maggiormente di culto, eppure tra i meno ricordati quando si parla del suo cinema lisergico e perturbante, di cui è uno dei capitoli più fondamentali. D’altronde l’opera all’origine di M. Butterfly, scritta da David Henry Hwang, pare nata per lo sguardo del regista canadese.

Siamo negli anni sessanta e c’è un diplomatico francese di stanza a Pechino che, ad una festa, assiste alla performance di una cantante che si esibisce in un’aria di Madame Butterfly di Puccini. Abbiamo qui il primo doppio del film, che in fondo prelude al grande – per quanto previsto, o forse proprio per questo – colpo di scena: l’opera lirica riverbera nella narrazione, ne sottende il senso, annuncia il suo svolgimento.

Come l’opera di Puccini (peccato che nessuno ricordi mai i librettisti, ovvero Giuseppe Giacosa e Luigi Illica) riflette l’ideologia colonialista incrociata con un’ingestibile seduzione data dal fascino di una figura esotica, così il testo di Hwang ripensa il soggetto spostando sì la collocazione temporale ma non tradendone l’impalcatura teorica: un forestiero privilegiato che resta avvinto da una pericolosa libellula.

Madame diventa M., quintessenza di un’ambiguità da scandagliare al di là del bene e del male, e sotto la lettera si nasconde il segreto inconfessabile di un intrigo da spy story che si rivela molto meno decisivo delle sue conseguenze sulle vite degli attori in scena. Conseguenze dell’amore, dell’ossessione, dell’impossibilità di scindere arte e realtà se non nelle ipotesi di un’illusione perfetta e disperata.

Inseparabili: Jeremy Irons sdoppia ancora la sua essenza senza raddoppiare il corpo, calandosi in un abisso dove il sesso è sottomissione di Butterfly/Song, un(a) vergine che finisce per stuprare l’anima di un maschio dell’impero occidentale sottomesso ad un’inconcepibile idea d’amore, alla seduzione (da parte) di un oggetto inafferrabile, insostenibilmente leggero nel suo essere alieno da qualunque legame con i propri schemi consolidati.

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Cosa cerca Cronenberg nel mettere in scena un tale devastante mélo? L’idea di un puro e limpido sgretolamento del sistema mentale, politico, sessuale, emotivo di un mediocre scopertosi non all’altezza della sua prestigiosa carica. Un dramma della carne pretesa, anelata e negata che nei filtri di una confezione impeccabile irradia l’accecante follia di un desiderio che collima e confina con un minaccioso mistero.

Dove sta il genio? Che tutto ciò che è a noi visibile dall’inizio – e dall’inappuntabile casting di John Lone – finisce per essere trasparente solo quando diventa tale agli occhi di Irons. Un corpo a corpo con il suo disastro esistenziale, inevitabilmente declinato nella più esplosiva dimensione allegorica nella vocazione autodistruttiva che abita l’indimenticabile finale.

M. BUTTERFLY (U.S.A., 1993) di David Cronenberg, con Jeremy Irons, John Lone, Barbara Sukowa, Ian Richardson, Vernon Dobtcheff. Drammatico. ****

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