Storia immortale | Orson Welles (1968)

In attesa di vedere a Venezia in anteprima mondiale The Other Side of the Wind, uno dei tanti lavori incompiuti della spericolata e disordinata carriera di Orson Welles, finalmente completato in fase di montaggio grazie all’intervento finanziario di Netflix, che ne ha acquistato i diritti per la distribuzione internazionale, perché non rivedere Storia immortale?

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Si tratta non solo del terzultimo film del cineasta, cioè tra quelli editi in vita (considerando anche il documentario Girando Otello), ma anche di una delle pietre miliari dell’incidentato percorso wellesiano: un mediometraggio che adatta un racconto di Karen Blixen, nei cui confronti Welles aveva un’ammirazione tale da pensarlo quale primo segmento di un’antologia ispirata ad altre novelle della scrittrice. Progetto ovviamente rimasto nei sogni dell’autore.

Non è casuale il termine “novella”, perché Storia immortale è quanto di più vicino abbia prodotto il cinema dell’ultimo mezzo secolo – del film ricorre quest’anno il cinquantennale – all’istituto letterario della novella: una vicenda breve, essenziale, conclusa, che trova un suo senso all’interno di un programma narrativo più ampio e ragionato (un’antologia, per l’appunto). È impossibile pensare al film di Welles senza considerare il cinema di Welles.

Che può sembrare una banalità, eppure, nell’arco di nemmeno un’ora, il regista, attore e sceneggiatore riempie la scena non tanto con la sua imponente figura rovinosamente votata ad un autodistruttivo delirio di onnipotenza, quanto proprio con il suo profilo d’autore sempre incardinato nell’ossessiva ricerca di una verità impossibile, nel desiderio mortale di volere qualcosa al punto di non saperne governare il godimento.

Metaracconto sull’arte orale, incorniciata dall’accenno di una narrazione guidata da Fernando Rey (non accreditato, reduce dalla partecipazione in Falstaff), entra subito nel cuore della questione: Clay, un ricco, anziano, avaro e solo mercante americano, vuole tradurre in realtà l’unico racconto di finzione che conosce, mettendo in scena la leggenda, narrata sulle navi mercantili, del marinaio a cui un ricco signore offre venti ghinee per ingravidare la propria giovane moglie.

Un racconto su un racconto. Ma anche un racconto sul raccontare. E poi: la dimostrazione in fatti concreti, sublimati dalla finzione di un ideale teatro, della tesi secondo cui è il denaro a governare la realtà; e se Clay è l’uomo più ricco dell’isola di Macao, dove si sgroviglia la storia, allora è lui a governare la realtà, piccolo dio che si fa coinvolgere nella propria narrazione interpretando il committente della montatura.

E la moglie? È la figlia di un socio morto suicida perché indebitato con lui. La interpreta Jeanne Moreau, alla terza collaborazione con Welles dopo Il processo e Falstaff, la presenza più vicina all’amore secondo la lezione truffautiana. E il marinaio? Può essere chiunque, un biondo senza nome (si chiama Norman Eshley, ma cosa importa?), il cui vantaggio è rappresentato dall’essere tutto ciò che Welles non è più: bello, giovane, forte, agile (quando rincorre la carrozza come un cane).

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Se dentro Clay ci sono tutti i fragili titani di Welles, allora Storia immortale è un film su Welles e la sua tensione verso la mistificazione, sublimata dall’utilizzo, per la prima volta, del colore e della location principale, ovvero la sua casa spagnola. Paolo Mereghetti, a cui va il merito di averlo proiettato per la prima volta in una sala italiana, nell’ambito del suo cineclub milanese, lo reputa il suo testamento (come sarà The Other Side of the Wind?).

Naturalmente non sbaglia, perché questo film sul mistero della realtà e sulla devastante vanità di poter (dover) amministrare anche la sostanza di cui sono fatti i sogni non è solo magnifica quintessenza di un personaggio-mondo (Kane, Arkadin, Quinlan) messo di fronte alla tragedia della sua impotenza, ma anche rapido ed impressionante compendio della straordinaria vocazione al fallimento del cinema wellesiano.

STORIA IMMORTALE (UNE HISTOIRE IMMORTELLE, Francia, 1968) di Orson Welles, con Orson Welles, Jeanne Moreau, Roger Coggio, Norman Eshley, Fernando Rey. Drammatico. ****

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