Venezia 75 | Recensione: ROMA

ROMA (Messico, 2018) di Alfonso Cuarón, con Yalitza Aparicio, Marina de Tavira, Marco Graf, Daniela Demesa, Enoc Leaño, Daniel Valtierra. Drammatico. *****

Con i gesti consuetudinari della routine, una domestica pulisce il pavimento dell’ingresso, sul quale il cane è abituato a lasciare le feci seguendo un inverosimile schema geometrico. Un aereo sorvola la città, riflettendosi sul pavimento lustrato. Qualcuno se ne va, qualcuno resta. ROMA (rigorosamente in maiuscolo) non è la capitale italiana, ma il quartiere di Città del Messico in cui vive la famiglia protagonista della storia.

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Borghesia medio-alta, papà medico, mamma charmant, nonna presente, quattro figli che crescono, due domestiche. È il 1970, le cover delle canzoni italiane riecheggiano negli spazi angusti dove parcheggiare auto troppo grandi, mentre i picchiatori formati alle arti marziali picchiano i ragazzi che scendono in piazza (il massacro del Corpus Christi); e, nel frattempo, papà è andato via di casa lasciando mamma sola con i bambini.

Cosa racconta ROMA? La domanda è mal posta, perché la vera questione è come racconta ciò che racconta. Una saga familiare racchiusa in un biennio, in cui il trauma dell’abbandono misura la propria portata epica dentro la vita delle persone all’altezza di un passaggio storico fondamentale per la nazione, una perdita dell’innocenza che il bambino protagonista filtra dal vetro di un grande magazzino in cui fa irruzione la violenza.

Non nasconde niente, Alfonso Cuarón, che al suo ottavo film in ventisette anni cerca di riappacificarsi con i propri fantasmi, attraverso una tessitura memorialistica in cui collimano la ricognizione personale degli eventi privati e la dimensione collettiva di una nazione chiamata a fare i conti con le sue contraddizioni più esplicite.

In ROMA gli spazi del racconto sono due, divisi dal portone di casa: c’è un mondo domestico, in cui la casa agli occhi dei bambini appare immensa, potenzialmente senza confini, estesa e proiettata verso l’alto, dove dimorano le domestiche; e c’è un mondo fuori, fatto di strade mediamente trafficate, sale cinematografiche da raggiungere di corsa, smisurate case di parenti, spiagge lontane dalla pazza folla e bagnate da un mare che si fa pericoloso luogo catartico.

Il sistema binomiale si riverbera anche nei personaggi, tant’è che il cuore di questo pseudo-memoir ripensato a mezzo secolo di distanza sta forse nell’improvvisa scoperta, da parte dell’autore, che Cleo, la domestica preferita, considerata da sempre una di famiglia, non appartiene alla sua comunità. ROMA rende omaggio alla vita segreta di questo personaggio talmente inglobata nelle dinamiche familiari da risultare paradossalmente un’estranea.

In questo film in gloria delle donne, che sostengono il mondo e proteggono i piccoli dal male senza negarne l’esistenza, e in cui gli unici uomini degni di rispetto sono proprio i bambini, Cuarón trova in Cleo, giovane “india”, l’epicentro indispensabile di un romanzo familiare, nazionale e di formazione: ritesse i rapporti con le sue origini, fa i conti con le conseguenze di un amore sbagliato, non ci pensa due volte a sacrificarsi.

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Tornando alla domanda dell’inizio: com’è che racconta? Dentro una confezione spettacolare, che riesce a declinare il privato con il largo respiro dell’epos, Cuarón – anche produttore, sceneggiatore, direttore della fotografia e montatore: autore totale – non si compiace mai della sua indiscutibile eleganza, componendo una regia sontuosa ed intimissima, accompagnandoci nel quotidiano degli affetti con empatia e limpidezza.

Il suo è uno stupendo romanzo per immagini tra presagi inquietanti ed immersioni liberatorie, dominato da una perizia tecnica che trionfa nelle profondità di campo, nelle panoramiche e nei piani sequenza come pure nei primi piani, ipnotizzando gli occhi e perfino le orecchie attraverso una maniacale attenzione al sonoro: bastino la devastante sequenza stereofonica della sala parto e l’episodio marittimo per laurearlo tra i migliori del cinema contemporaneo. Pretestuose le polemiche su Netflix: chi avrebbe portato in sala un film del genere?

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