Venezia 75 | Recensione: Il gioco delle coppie (Double vies)

IL GIOCO DELLE COPPIE (DOUBLE VIES, Francia, 2018) di Olivier Assayas, con Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincente Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory. Commedia. *** ½

Quella che in prima battuta – non solo in superficie – si presenta come una riflessione sulla crisi dell’editoria, sul valore economico dell’opera letteraria, sulle trasformazioni della fruizione, si rivela in filigrana un altro film sul cinema. Come accade nei due precedenti lavori di Olivier Assayas, aleggia il fantasma dell’analogico, qui reso particolarmente flagrante dall’utilizzo quasi da filmaker resistente della pellicola.

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Il gioco delle coppie conferma quanto Assayas sia sismografo del perturbante, insinuante ghostbuster, osservatore consapevole e divertito della fin du monde. Che è anche la fin du cinema. Nel disordine di un passaggio epocale disorientante, orchestra una ronde composta da personaggi dei quali conosce ogni cosa, bo-bo (borghesi bohémien) parigini che parlano, straparlano, si amano, si cornificano, mangiano, bevono…

In una commedia splendidamente verbosa, mette in fila i pezzi di un travaglio socio-economico e letterario riverberato nel privato di un gruppo elitario, benestante, colto, libertino, ipocrita in cui facilmente si identifica. Quattro perni: uno scrittore di autofiction forte di un solo longseller; la sua compagna che lavora per un politico di sinistra; il suo editore, brillante manager fedifrago e disincantato; la di lui moglie, attrice per una serie tv poliziesca.

Assayas costruisce il film quasi teatralmente, componendo la narrazione per quadri non di rado immolati al dialogo tra due persone, cercando di capire assieme ai suoi personaggi come rapportarsi ai prodotti della cultura digitale. Sia essa espressa tanto dai poco fortunati e-book, emblema di miopia industriale, quanto dalle sciagurate derive delle polemiche nel dibattito pubblico veicolate ed amplificate dai social media.

Quello che risulta essere, infatti, il personaggio più denso è lo scrittore, abituato ad incanalare le sue esperienze personali nei romanzi, scatenando infine l’indignazione di un pubblico bisognoso di connettere realtà e finzione per assecondare il proprio istinto voyeuristico: per esempio, chi gli ha fatto una fellatio durante una proiezione in sala de Il nastro bianco? è stata davvero la famosa conduttrice televisiva?

E altrettanto interessante appare l’attrice, protagonista di una serie tv che gode di ottima critica (c’è una certa autoironia dall’autore di Carlos, che tutto sommato era una miniserie…), forse cosciente dei tradimenti del marito, con cui ha una relazione nei fatti aperta benché all’insaputa di entrambi, e lettrice del libro non ancora edito dell’amico scrittore perché, da professionista della maschera, riesce a sintonizzarsi nel crinale tra ciò che è accaduto e la sua libera e fantasiosa interpretazione.

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Tutto, in Il gioco delle coppie, sembra comunicare l’idea di un’urgenza, trasmessa dall’agilità di una regia scattante, semplice ma non semplicistica, interessata a mettere in scena la parola, prima che essa decada e perda la sua tangibilità grafica impressa sulla carta nel momento in cui si trasforma in qualcosa di meno concreto, più inafferrabile. Come se quel che afferisce al digitale non sappia cogliere l’intimità gravosa filtrata dall’analogico: l’e-book e il libro ovvero la pellicola.

Non che il sistema di idee romanzato da Assayas sia innovativo o completamente condivisibile. Ma questo film-saggio mascherato da innocuo divertissement d’autore, che è soprattutto una finta opera minore dopo due film scopertamente ambiziosi, ribadisce ancora una volta quanto il sessantatreenne regista francese sia tra i più importanti intellettuali cinematografici degli ultimi decenni.

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