Venezia 75 | Recensione: Suspiria

SUSPIRIA (Italia-U.S.A., 2018) di Luca Guadagnino, con Dakota Johnson, Tilda Swinton, Chloë Grace Moretz, Mia Goth, Angela Winkler, Lutz Ebersdorf, Jessica Harper, Ingrid Caven. Horror. *** ½

Non un remake, e forse nemmeno un’operazione postmoderna. O comunque non solo. Piuttosto un atto artistico che fa il paio con A Bigger Splash, a sua volta “liberamente ispirato” a La piscina. Ma in fondo anche Melissa P. e Chiamami col tuo nome, agli antipodi, cos’erano se non riletture consapevoli e dinamitarde – nel male e nel bene – di due testi preesistenti? Dov’è la differenza? Che Luca Guadagnino di Suspiria di Dario Argento è un fan devoto.

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Benché la sceneggiatura rechi la firma solitaria di David Kajganich, il nuovo Suspiria è un film d’autore nell’accezione più totale del termine, completamente influenzato dallo sguardo di chi non soltanto conosce ma ha introiettato, ripensato, rivisto, mediato, filtrato il modello originale per fornirne un omaggio personale, rispettoso e al contempo sfacciato. Argento l’ha capito, e saggiamente dice e non dice: mi è piaciuto, ma anche no.

Il fatto è che Guadagnino è forse uno dei primi registi italiani a rapportarsi con un tale maestro, più celebrato all’estero che in patria (corsi e ricorsi, insomma), senza la deferenza dell’ammiratore ossequioso. Al pari del precedente Chiamami col tuo nome, esplode la dialettica con l’altra generazione: in quel caso James Ivory, per l’occasione sceneggiatore il cui lavoro originario è stato invero terremotato dall’allievo (con Walter Fasano, insostituibile montatore), il quale gli ha però garantito la vittoria di molti allori un po’ risarcitori.

Guadagnino coglie di Argento un universo esoterico che non può fare a meno dell’ancoraggio alla realtà, lasciando deflagrare le ossessione del regista di Profondo rosso in una partitura dissonante ed armoniosa al contempo dalla durata dilatata (Suspiria del 1976 durava poco più di un’ora e mezza, qui ci si allunga di un’altra ora…) quasi per sottolinearne la suggestione saggistica: sì una narrazione horror ma soprattutto una riflessione sull’horror.

Sebbene non ci sia niente di davvero intellettualistico, c’è in realtà un’apertura del cuore narrativo ai nervi scoperti della storia tedesca tra il tragico ricordo nazista indelebile sotto la pelle e la stagione violenta della banda Baader-Meinhof. È condivisibile l’idea che Guadagnino tratti la storia al pari di un cultore straniero della materia non sempre focalizzato sui moloch scelti, ma è d’altro canto vero che non ha intenzione di fare un film storico.

Nel senso in cui per storia s’intende la rievocazione filtrata dallo storico dei fatti del passato che si riverberano nel presente. Qui la storia è palinsesto di un’angoscia collettiva (siamo nel 1976, anno d’uscita del primo Suspiria), lo squarcio più grande nel quale si aprono le ferite all’ombra del Muro, nella livida Berlino scelta per sostituire la Friburgo originale, riplasmata dalla predominanza scarlatta di una confezione inospitale e al contempo seducente.

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Complice la durata monstre (che forse intimorirà i pischelli che l’aspettano come must del prossimo Halloween), Guadagnino mette nel calderone di tutto, forse – anzi, certamente – troppo, non riuscendo sempre a mantenere la bussola di un’esperienza inquietante ed ansiogena che parte anzitutto da un complesso di suggestioni non immediate, che richiedono allo spettatore un’attenzione e una predisposizione non comuni.

Scandita in sei atti e un epilogo, la visione è ipnotica, nervosa, evocativa, simbolica, azzardata, riflette l’atmosfera asfissiante della scuola di danza: e proprio la danza acquista in questa rilettura una centralità vitalissima, perché più dei riferimenti alla cronaca tedesca è qui la più felice adesione al contesto spazio-temporale, immergendo la formazione dei ballerini in una dimensione non lontana dalle temperie avanguardistiche della lezione di Pina Bausch.

Nel suo essere una danza macabra sontuosa, svergognata e spiazzante, Suspiria è la coreografia di una meditazione sul rapporto tra fragilità e forza, in cui le particelle di verità sono da rintracciare nella stilizzazione gestuale ed estetica del momento artistico, che accade non a caso nel luogo distaccato ed alienato della scuola, dalla quale non sembrano mai uscite le insegnanti già allieve – nonostante la puntata al pub ne metta in luce il sistema di relazioni sì fluido ma soprattutto morboso…

Non casualmente, una delle poche concessioni all’horror puro – o perlomeno allo spavento declinato sull’empatia fisica, insomma tra dolore e terrore – riguarda proprio una doppia scena di danza, l’una pubblica e l’altra lontana dalla folla, con i movimenti della prima che quasi presagiscono la rivelazione finale e quelli della sventurata comandati, posseduti, dominati da un’entità misteriosa con cui c’è poco da combattere.

Inoltre, nel suo cinema molto equilibrato nelle politiche di genere, Guadagnino continua la sua ricerca sul corpo e il desiderio scegliendo di seguire non banali vie femministe, mettendo in scena un sistema di potere gestito da donne ed incardinato su di loro, mentre gli uomini sono limitati ad essere comunque surclassati. E l’anziano psicanalista? Un traghettatore di anime disperate che cerca di fare pace con i fantasmi personali (e della sua gente) attraverso le turbe delle ragazze.

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Non ci si spingerà a dire che anche questo personaggio così legato ad una struggente componente mélo sia anch’egli una creazione femminile, perché la notizia secondo cui sotto il misterioso Lutz Ebersdorf si celi la magnifica Tilda Swinton è stata smentita dall’autore… ma a voler dar retta alla leggenda sarebbe un’intuizione clamorosa, specie se pensiamo al ruolo che la grande attrice ricopre nel film: una e trina, allora, inafferrabile e impenetrabile, nel cui ambiguo sguardo commosso e devastato c’è tutta la surreale follia di un non-remake libero, spericolato, spudorato.

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