Venezia 75 | Recensione: Frères Ennemis

FRÈRES ENNEMIS (TERRITOIRES, Francia, 2018) di David Oelhoffen, con Matthias Schoenaerts, Reda Kateb, Sabrina Quazani, Astrid Whettnall, Gwendolyn Gourvenec, Nicolas Giraud. Polar. ** ½

Chiaramente ogni volta che abbiamo a che fare con un film di genere dobbiamo riferirci ad un repertorio codificato. Inevitabilmente questo sistema di segni finisce per risultare alla lunga – presso i meno disponibili alla reiterazione di una ricetta – fonte di monotonia ed occasione mancata al crocevia dello stupore. Ovviamente la bellezza del genere sta nel suo ancoraggio al catalogo e al contempo alla sua continua revisione.

Ora, è assodato che un film come Frères Ennemis lo si è visto mille volte, specialmente in territori francofoni, ed è altrettanto evidente quanto nel tempo la sua formula sia stata non di rado un’opportunità di rigenerazione per coloro che vi si sono misurati. D’altronde non c’è fine al polar, perché è il genere che forse meglio si presta ad intercettare malumori e tormenti una nazione piena di contraddizioni.

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Tutto ciò per dire che del secondo film di David Oelhoffen non si può dire male: tutto molto corretto, solido, ordinario. Tradizionale, sì, con una certa attenzione ai topos del genere: le relazioni pericolose tra personaggi alle opposte barricate, l’adesione fisica al tessuto metropolitano della città, il passato come serbatoio di dolore faticosamente rappreso, il conflitto interiore di colui che non sa cosa e chi sia peggio tradire…

Per di più, la trama è talmente emblematica da sembrare quasi un epitome del filone, con due tipi cresciuti insieme nelle banlieue parigine finiti poi l’uno a trafficare droga (il malinconico e muscolare Matthias Schoenaerts) e l’altro in polizia (il bravo Reda Kateb, origini algerine). Naturalmente sin dal principio si ha la certezza che ne resterà soltanto uno, poiché l’altro deve necessariamente sacrificarsi sull’altare dello schema narrativo.

Non che la tensione ne risenta più di tanto, eppure sembra che il regista, pur concitato nell’economia emotiva del racconto, non riesca ad appassionare lo spettatore dentro una struttura sì prevedibile ma al contempo potenzialmente dinamitarda, limitandosi a mettere in scena il compitino. Francamente imperdonabile il colpo basso finale con le finte foto d’epoca photoshoppate, e peccato che non si percepisca nessuna vera alchimia fraterna e conflittuale tra i protagonisti.

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