Venezia 75 | Recensione: Il segreto di una famiglia (La quietud)

LA QUIETUD (Argentina, 2018) di Pablo Trapero, con Martina Gusmán, Bérénice Bejo, Graciela Borges, Édgar Ramírez, Joaquín Furriel. Mélo noir. *** ½

Lungi dall’essere un monito che determina il mood della narrazione, “La quietud” è semplicemente il nome della grande tenuta di famiglia in cui fa ritorno Mia, da anni a Parigi dove abita con il compagno dal quale aspetta un figlio, in occasione dell’ictus che ha colpito il patriarca. In un momento così delicato, sua sorella Eugenia e sua mamma continuano a litigare senza troppi complimenti, mentre i troppi segreti accumulati negli anni sono destinati ad emergere.

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Lasciato ufficialmente fuori concorso per dare spazio ad un altro film argentino, l’ultimo opus di Pablo Trapero si proietta nuovamente nelle dinamiche malate della famiglia come nel precedente e strepitoso Il clan, sviluppando stavolta uno spiccato interesse nei confronti del femminile. In linea di massima la critica l’ha liquidato con sufficienza, in realtà per chi scrive si tratta di un mélo nero straordinario per eccessi, volgarità, assurdità.

Un inequivocabile guilty pleasure, peraltro diretto con un’eleganza spietata nel volteggiare dentro le geometrie oblique e spiazzanti di questa triangolazione senza fondo, una perversa ronde di cannibali rapporti familiari: le due sorelle sono pedine di uno spiazzante gioco erotico incestuoso nonché di un’infinita partita a scacchi; la mamma incensa la figlia rimasta in Europa e odia la secondogenita e vive nella reticenza.

E i maschi? Il padre è una larva, che però anche da morente riesce a catalizzare i sentimenti delle donne della sua famiglia: la moglie ne aspetta la fine con sadico piacere, ma ha evidentemente qualche gigantesco conto in sospeso; la primogenita non sa instaurare un dialogo, confermando il suo distacco alienante; l’altra continua a comunicare con lui, incapace di farlo scendere dal piedistallo. Poi ci sarebbero anche due amorosi, eppure non si riesce mai a non vederli come oggetti di godimento sessuale o utili ingranaggi della macchina.

È praticamente impossibile elencare tutti i colpi di scena di La quietud e nessuno ha intenzione di farlo. È sufficiente rilevare che questo tripudio di segreti e bugie nell’attesa dell’istante fatale è una commedia acidissima che all’improvviso si ricorda di essere un travolgente dramma familiare, e ad un certo punto pare un incrocio tra la borghesia urlante di Gabriele Muccino e la tradizione nazionale della telenovela, con litigate probabilmente talvolta gratuite ma risolte sempre benissimo.

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Quando si esce dalla claustrofobica quanto accogliente magione-prigione, c’è una deriva giudiziaria che magari è un po’ troppo didascalica, ma convoca inaspettatamente i fantasmi traumatici di un passato nefasto, misterioso, inquietante: sicché trionfa la spettacolare matrona che gestisce tutto e tutti, incarnata dalla clamorosa Graciela Borges, maestosa e sinistra, che fuma col bocchino e si fa maschera di un pezzo di nazione reticente, ipocrita, doppiogiochista, spudorato.

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