Venezia 75 | Recensione: Acusada

ACUSADA (Argentina-Messico, 2018) di Gonzalo Tobal, con Lali Espósisto, Leonardo Sbaraglia, Inés Estévez, Daniel Fanego, Gerardo Romano, Gael García Bernal. Legal thriller. ** ½

Forse le obiezioni avanzate da più settori della critica non hanno del tutto torto: che ci fa Acusada in concorso? L’invito conferma sì la costante attenzione che la direzione Barbera rivolge al cinema sudamericano, ma a differenza delle volte precedenti c’è uno scarto netto rispetto al cinema d’autore che quella parte di mondo sta proponendo negli ultimi anni con grande vitalità.

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Ovviamente parliamo della scarna selezione di film che giunge nei nostri circuiti, non potendo comunque fare un discorso generale su cinematografie affini ma va da sé diverse tra loro (pensiamo, per esempio, alla densità del cinema cileno arrivato in Italia e alla ricerca stilistica di alcuni autori brasiliani). Tuttavia rileviamo quanto Acusada ci dia l’idea di un cinema d’intrattenimento popolare nel senso più ampio del termine.

Seguendo i codici del procedural americano, Gonzalo Tobal può contare su un sistema giudiziario locale che ben si adatta alle logiche spettacolari del genere. Al centro della questione, una ragazza accusata dell’omicidio della migliore amica. Benché ogni elemento non vada a suo favore, l’impegno della famiglia a dimostrare la sua estraneità ci conduce in un meccanismo nel quale la verità è inafferrabile tanto è evidente.

Lo sviluppo è un po’ facile: la dimensione del caso mediatico che assume la storiaccia, ispirata a quella del delitto Meredith, la conosciamo fin troppo bene perché la cronaca nera, specialmente nel recente sistema mediatico italiano, ha serializzato la crime story fino a renderla genere a sé, con i suoi riti narrativi e i colpi di scena calibrati nel corso dell’infinito dipanamento di narrazioni popolari, volgari, feroci, sadiche, voyeuristiche.

Acusada ci porta dentro le mura domestiche, ovvero il luogo privilegiato da tutti coloro che si appassionano a questi eventi, e presenta un personaggio ambiguo (il taglio dei capelli) che non cerca la simpatia del pubblico ma al contempo lascia che si empatizzi col suo status di vittima designata (la interpreta Lali Espósito, una giovane gloria musicale argentina già teen star: un curioso casting perverso).

Nello spazio privato, le dinamiche scellerate del processo pubblico si riverberano nelle tragedie di una famiglia lacerata dal dolore deflagrato al crocevia di mille turbamenti (perché il padre dorme in salotto? perché la madre è così restia a credere alla figlia?), raggiungendo uno zenit – anche questo già visto – nel gran momento dell’esclusiva televisiva, con Gael García Bernal che ricorda un Massimo Giletti latino.

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Il giallo è teso, avvincente, semina dubbi e centellina la suspense, certamente sbarella quando cerca nella metafora sorrentiniana del puma che si aggira per il quartiere un’improbabile riflessione sulla verità come interpretazione e convinzione e non sempre ci va per il sottile a livello di sensazionalismo emotivo mettendo troppa carne al fuoco. Ma, insomma, alla fine vuoi sapere come va a finire, se va a finire, perché va a finire questo melodramma nerissimo.

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