Venezia 75 | Recensione: Opera senza autore

OPERA SENZA AUTORE (WERK OHNE AUTOR, Germania, 2018) di Florian Henckel von Donnersmarck, con Tom Schilling, Sebastian Koch, Paula Beer, Oliver Masucci, Saskia Rosendahl, Ina Weisse. Drammatico. **

Parafrasando i suoi due precedenti film, si potrebbe dire che Florian Henckel von Donnersmarck sia un turista delle vite degli altri. Al di là della battuta, la tesi è semplice: prima d’ogni altra cosa, si tratta di un regista fondamentalmente superficiale. Per essere ancora più precisi: un narratore popolare nel senso più esile del termine, che plana sulle storie dei singoli sorvolando sulla storia nazionale come se si fosse tra un bignami e un feuilleton.

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Con un certo cinismo, si può dire che Opera senza autore contenga nel titolo la sua stessa recensione. Che Henckel (d’ora in poi così per amor di brevità) sia un autore è indiscutibile, se non altro perché i film se li scrive. Che sia, invece, un auteur è discutibile. Non esserlo non costituisce affatto un problema, dio solo sa quanti danni ha fatto la (all’epoca) rivoluzionaria politica degli autori.

Se l’auteur, comunque, è qualcuno che esprime una propria visione di mondo attraverso il prodotto creativo, ecco, Henckel autore non lo è. Opera senza autore potrebbe essere paradossalmente il film di chiunque. Nel definirne lo statuto di fiction televisiva, se ne vuole sottolineare l’anonimato anziché la trasparenza del cinema classico e la prevedibilità degli stacchi, degli ipotetici neri pubblicitari, della scansione in puntate in luogo dell’organicità, della densità, dell’esercizio dello stupore.

Non è un controsenso ammettere che si tratta di un film che, per quanto lungo (188 minuti!), si rivela scorrevole, fluido, gradevole. Eppure, appena si esce dalla sala, non resta nulla. Si ha come l’impressione che resusciti l’antico genere del polpettone per adattare l’occupazione del palinsesto pomeridiano di un giorno festivo alla contemporanea usanza del binge watching: un prodotto pensato per il pubblico domestico, che al cinema risulta più innocuo che dannoso.

Innocuo, ecco. Il problema di fondo è che un film dalla tenuta così compatta, che abbraccia trent’anni di storia tedesca passando dal periodo nazista ai primi anni sotto il Muro, non può limitarsi a trattare il contesto quale mero scenario di un period drama nazionalpopolare. Non può banalizzare un pezzo di storia così complesso e problematico attraverso un album tanto stagnante e stantio, senza mai toccare alcuna corda che non sia l’emozione primaria del manicheismo.

Opera senza autore, infatti, parte dal trauma infantile di un bambino privato della zia, internata dai nazisti perché forse disturbata di mente, che si incanala nell’arte fino all’incontro con una ragazza, rivelatasi in seguito figlia di un ambiguo medico. Questo il cuore del racconto, un semplice schema conflittuale tra genero e suocero infarcito di qualunque contraccolpo possibile legato ai rinculi della tragedia nazista e della successiva influenza comunista nonché dei fantasmi familiari.

Ma il film è prima di tutto il libero adattamento della vita di Gerard Richter, maestro del Novecento specializzato, tra le altre cose, nei foto-dipinti. E, in questo senso, è davvero sconfortante, considerata la fonte, l’approccio di Henckel al mondo dell’arte del dopoguerra, in particolare laddove rimette in scena la temperie sperimentale dell’accademia diretta da un ridicolo avatar di Joseph Beuys.

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Per il resto, il fatto che, per esempio, ci sono molti buchi narrativi mascherati da ellissi (che fine fa la famiglia di lui?) che indicano chiaramente il limite di una narrazione piena di cose e zeppa di niente, preoccupata di tenere tutto insieme, dal filone amoroso a quello storico, ma non di mantenere il caposaldo della credibilità né di dire qualcosa di davvero incisivo al di fuori dell’incipit alla celebre mostra d’arte degenerata e nell’incontro finale tra suocero e genero.

Opera senza autore è piaciuto e piacerà molto al pubblico. È giusto. Ma agli analisti spetta il ruolo di studiare, e questo film si presta a moltissime riflessioni relative, per esempio, al recupero della durata-monstre tipica del passato e al furbo trattamento del palinsesto storico. È indubbio che gli spettatori trovino molto indovinata la rigida dialettica tra buoni e cattivi; al contempo non se ne può non evidenziare la deformazione caricaturale, su tutti il doppiogiochista, traditore, malvagio, ignobile Sebastian Koch come epitome del male.

 

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