Venezia 75 | Recensione: Vox Lux

VOX LUX (U.S.A., 2018) di Brady Corbet, con Natalie Portman, Jude Law, Stacy Martin, Raffey Cassidy, Christopher Abbott, Jennifer Ehle. Drammatico. ** ½

L’inizio è folgorante: è il 1999, siamo in una scuola ed assistiamo ad una sparatoria nella soggettiva del killer. Punta una ragazza, Celeste, le spara. Lei sopravvive e, per elaborare il trauma, scrive una canzone insieme alla sorella, con la quale ha un’intesa molto forte. Passano gli anni, con quel nome non poteva che diventare una popstar, talmente famosa che alcuni terroristi compiono un attentato mascherati come nel suo video più famoso.

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La voce narrante ci accompagna lungo una narrazione romanzesca (prologo, due atti, finale), ma la struttura è più vicina al teorema, tant’è che quella stessa voce finisce per spiegare tutto, tanto, troppo, come un glossatore impegnato a postillare dove la narrazione sembra aver bisogno di qualcosa che le immagini forse non riescono a trasmettere del tutto. Questo perché Vox Lux è un film anzitutto teorico, un horror in potenza, un saggio furibondo.

Come nel suo esordio, L’infanzia di un capo, il giovanissimo Brady Corbet dà retta alla spericolata ambizione dei suoi trent’anni e continua a ragionare sulla genesi – e in questo caso anche sulla rigenesi – del potere, sulla costruzione delle immagini che edificano la messinscena del potere, sul singolo che incarna l’anima più nera di una nazione fondata sulla società dello spettacolo e si fa emblema di tutte le possibili declinazioni del male che essa esprime.

Se la strage scolastica all’inizio appare in linea con lo sguardo disorientato e voyeuristico che presagisce la tragedia dell’11 settembre, è perché a officiare questo rito del male sia dalla parte dei carnefici che da quelli delle vittime sono persone in fieri nate nel liberismo reaganiano, prodotti degli anni ottanta che deflagrano ed esplodono al crocevia del terzo millennio, configurando nuovi choc per rafforzare la propria natura.

In questo senso Celeste non si emancipa mai dal ruolo di vittima, restando tale ufficialmente ma mai capendone in fondo lo statuto traumatico sul quale costruisce la propria gloria. Una ragazzina che sfida la morte e si ritrova donna senza essere cresciuta, che da un momento all’altro può morire a causa del proiettile conficcato ancora sotto pelle, incapace di formulare con la figlia – che è naturalmente lei stessa, non solo perché l’attrice è la medesima – un dialogo fertile.

Con la pellicola che coreografa l’ipotesi di un reportage lungo una vita senza vita, Corbet si mette accanto all’oggetto della sua speculazione non andando troppo lontano dal corpo maschile che abitava il suo debutto, muovendosi allo stesso modo in un territorio allegorico nel quale ogni elemento storico o cronachistico parrebbe stagliarsi quale imprescindibile pezzo dell’ingranaggio, tutto organicamente teso alla teoria iniziale.

Se L’infanzia di un capo sceglieva non a caso l’articolo indeterminativo per non alludere a nessuno in particolare, Vox Lux individua nel nome della protagonista uno strumento – letteralmente o quasi – che produce un suono nitido e privo d’intensità, prima dolce ma in fondo impalpabile. Celeste come la celesta è una percussione che non ha bisogno di una parte in tensione perché è lei stessa ad incarnare un suono dissonante.

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Malgrado la luce evocata dal titolo, Celeste viene dalle tenebre, ma purtroppo Corbet preferisce – sotto una fallace ironia – immolarsi sull’altare della parabola didascalica con una spiegazione più furba che convincente. Eppure il lungo epilogo musicale, un concerto che può irritare per dilatazione ma anche ipnotizzare, potrebbe bastare per indicare ciò che il narratore provvede a spiegare per paura delle ellissi.

Peccato, perché questo film disarmonico, inquietante, arrogante che compendia la violenza (americana) del XXI secolo incrociandola con la musica pop – qui appaltata alle canzoni glitter pop di Sia, che convivono bene con lo score angosciante di Scott Walker – avrebbe avuto bisogno di un maggiore equilibrio pur nel furore iconoclasta.

Resta, così, una catabasi poco persuasiva attraverso l’iconografia oscura di Natalie Portman, stratosferica per come declina isteria, decadenza, volgarità, imbarazzo, squallore, paura. Le lacrime sono per la dedica a Jonathan Demme, che premiò Corbet a Venezia 2015.

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